La depressione, ovvero l’argomento-tabù

Video Facebook tratto da questo post

“Ciò che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla.”

LAO-TSU

Quali temi ho voluto veicolare con il mio romanzo, Il Grido dei Narcisi? Perché li ho scelti? È possibile trovare un collegamento tra essi e l’attualità?

Sarà un post forse un po’ lungo, ma credo questo argomento meriti il giusto spazio per essere affrontato, anche se andrò a scalfirne solo la superficie.

Le tematiche di cui parlo nel libro e in questo post sono tematiche che conosco bene, vuoi per esperienza diretta o perché conosco persone toccate da esse da vicino.

Stephen King afferma: la regola numero uno per ogni scrittore è parla di ciò che conosci.

A meno che, naturalmente, non si tratti di un’opera di fantascienza. O di un romanzo storico. Nel qual caso bisogna documentarsi bene, per avere una solida base da cui partire.

Il Grido dei Narcisi si apre e si poggia su un tema delicato, importante eppure su cui ancora oggi c’è un velo di timore, quando non una vera e propria omertà: la depressione.

Il romanzo, infatti, si apre con il suicidio di Mattia, il fratello maggiore del protagonista, Cristiano. E pur non essendo mai menzionato direttamente, pur sviluppandosi la storia in maniera serena e positiva, il tema della depressione è sempre sullo sfondo perché, in fondo, è stata la causa scatenante del cambio drastico avvenuto nella vita di Cristiano e della sua famiglia.

Quella notte di luglio non persi soltanto mio fratello. Persi anche l’innocenza di non sapere cosa significhi ritrovarsi a raccogliere la propria madre dal pavimento, con la cornetta del telefono ancora stretta tra le mani.

IL GRIDO DEI NARCISI – Juana Romandini

Al momento della prima stesura non avevo pianificato in anticipo i contenuti del nuovo romanzo, e men che meno ne avevo pianificato i temi. Ero partita da un’idea vaga, arrivata da chissà dove, e l’avevo lasciata libera di svilupparsi.

In poche parole, mi sono lasciata trasportare dalla storia. Ne sono stata schiava, più che fautrice.

Arrivata a poche pagine dall’inizio della stesura, mi resi però conto dell’importanza del messaggio intrinseco e dell’enorme responsabilità che mi sarei assunta decidendo di volerlo veicolare per bocca di Mattia.

Attraverso di lui, infatti, avrei esposto la mia stessa esperienza con questa condizione subdola e terribile. Nel momento in cui me ne resi conto, capii anche di avere l’obbligo morale di farlo.

La mia vita non ha niente a che vedere con quella di Mattia nel romanzo, eppure è identico quello che abbiamo abbiamo passato… all’insaputa del mondo esterno.

Ancora oggi vige una sorta di omertà, quando si parla di depressione, ed è ora che questa sparisca.

A nessuno piace parlarne, soprattutto quando ne hanno sofferto: perché? Perché da una parte c’è la paura di essere considerati diversi, guasti o addirittura sbagliati portata dalla credenza comune. Dall’altra c’è tale credenza, ovvero che la depressione non è una vera e propria malattia perché, a differenza delle altre, non la si può vedere.

Eppure gli effetti, quando non viene curata, sono altrettanto distruttivi di quelli di qualsiasi altro male fisico. Tutto succede nella testa e nello stomaco di chi ne soffre. E quella persona, pur continuando a sembrare se stessa agli occhi del mondo esterno, pur continuando addirittura a ridere e scherzare, dentro sta passando l’inferno. La sua percezione della realtà è del tutto compromessa, il che aumenta il suo senso d’isolamento e abbandono.

“La depressione è un male di vivere talmente penetrante che il pensiero della morte diventa un balsamo, una consolazione.”

VITTORINO ANDREOLI

Non potendone o non volendone parlare, a volte anche con l’intenzione di proteggere chi si ha vicino, si finisce col soffrire da soli. Il che rende impossibile riuscire ad elaborare in maniera lucida e consapevole quello che succede o che viene detto dagli altri. Tutto ciò che si vive, si ascolta e si vede giunge a destinazione in maniera distorta.

Nei giorni peggiori ci si sente annientati. Il risucchio nello stomaco, un tipo di dolore che ha ben poco di fisico e che toglie la voglia di mangiare e di dormire, va ad unirsi al macinare di pensieri accavallati l’uno sopra l’altro.

Il paradosso è che, spesso, malgrado la persona stia sperimentando tutto ciò, resta difficile per gli altri capire che soffre.

Non aiuta il fatto che alcuni individui giochino con l’idea della malattia, affermando a ripetizione di esserne colpiti al solo scopo di attirare l’attenzione su di loro; anche se, in un certo senso, anche tali persone hanno bisogno di aiuto, in quanto l’atto stesso del cercare attenzione è una manifestazione di disagio intrinseco da non ignorare.

Altre volte si tende ad immaginare un malato di depressione come un’entità solitaria, poco attenta alla sua igiene personale e al suo aspetto, isolata dal mondo, sfuggevole.

Per esperienza personale, però, so che perfino nelle fasi più acute della malattia si può sembrare la persona più sana del mondo.

Il che rende agli altri difficile, quando non impossibile, identificare se e quando qualcuno ha bisogno di aiuto.

Per tornare al mio romanzo: è quello che è successo con Mattia. Per la sua famiglia, per gli amici, perfino per suo fratello, a cui era così legato, Mattia stava bene. Ha continuato a comportarsi come al solito fino alla fine, e anche le volte in cui non lo ha fatto, gli altri hanno dato la colpa allo stress degli esami, a qualche malessere passeggero, a una lite con la sua ragazza.

Il problema vero è che, in casi come il suo, possibili anche nel mondo reale, viene a crearsi un circolo vizioso.

Poiché parlare di depressione intimorisce, in generale si tende a nascondere l’argomento sotto il tappeto, così da evitare di vederlo, fingere che non esista.

Chi soffre di questa malattia, di rimando, proprio per colpa di questo atteggiamento tacitamente considerato accettabile, impara a mettere su una maschera ogni volta in cui esce di casa: non lascerà trasparire niente.

Il mondo fuori casa era all’oscuro di quello che stava succedendo a Mattia. Aveva continuato a girare, ignaro, certe volte fregandosene intenzionalmente. […] Agli occhi degli altri Mattia era lo stesso di sempre. Dopo settimane passate ad indossare quella maschera di falsa contentezza, però, aveva capito una cosa: le persone mancavano sempre di notare come chi faceva troppo rumore fuori aveva il silenzio della disperazione a ruggergli dentro.

IL GRIDO DEI NARCISI – JUANA ROMANDINI

Il che porta, in un certo senso, a dover capire lo scetticismo di alcuni e le critiche avanzate da altri: come può essere considerata una vera malattia qualcosa che permette di ridere e scherzare come se niente fosse? E come si può capire se uno sta male, visto l’impegno che ci mette a nasconderlo al mondo?

Penso che un buon primo passo per sciogliere questi nodi sia cominciare a rimuovere lo stigma sulla depressione.

Se chi ne soffre sa di poterne parlare apertamente, senza venire giudicato, forse a quel punto troverà il coraggio di chiedere aiuto ad un professionista per cominciare a stare meglio.

Il dubbio che tormenta Cristiano, il protagonista del mio romanzo, infatti, è proprio questo: che cos’è successo nella vita di Mattia, che cosa lo ha portato di punto in bianco a decidere di togliersela?

In realtà non succede mai di punto in bianco, così come non è successo di punto in bianco con Mattia.

La sua vita è stata un susseguirsi di silenzi pericolosi, di fatti taciuti, colpi assorbiti in silenzio oltre la porta chiusa di casa, di un dolore intimo di cui non si è sentito libero di parlare per paura di venire giudicato, o isolato, o considerato diverso.

“La paura più profonda che abbiamo, “la paura di tutte le paure” è la paura di misurarsi con la paura del giudizio.”

TULLIANO TCHIVIDJIAN

Grazie all’intervista di Oprah Winfrey a Meghan e Harry, il tema della depressione nelle ultime settimane è tornato a fare notizia. Giusta o sbagliata che la si voglia considerare, la decisione di Meghan di parlare apertamente della sua sofferenza potrebbe aver salvato delle vite. Ciononostante, ho letto commenti del tipo:

“a me non sembrava che stesse così male, secondo me se lo è inventato!”

“Farebbe di tutto pur di attirare l’attenzione, quella, perfino inventarsi una malattia che non ha avuto!”

“Anche fosse vero che è stata male, avrebbe dovuto tenerselo per sé. Non si dicono certe cose.”

Meravigliosa la risposta di un utente: vergognatevi voi a fare certi commenti, lei non vi legge di sicuro, ma qualcuno a voi vicino o qualcuno che ne soffre, sì.

E, aggiungo io, le vostre parole potrebbero avere un effetto devastante senza che voi ve ne rendiate neppure conto.

Per questo non mi stanco di ripetere: dobbiamo imparare a parlarne. Dobbiamo far capire a chi sta male che non è solo, che può aprirsi, cercare aiuto.

Cosa serve, quindi, nel caso in cui si conosca qualcuno che ha bisogno d’aiuto? 

Pazienza, affetto, comprensione, il tutto senza mai dimenticare che la persona non sta bene, né è se stessa. Statele vicino, aiutatela a superare la paura del giudizio degli altri e a mettersi in mano a uno specialista. Può succedere che respinga l’aiuto e si chiuda in se stessa, così come può succedere il contrario.

Quando ci fa male un dente, andiamo dal dentista e non ci spaventa raccontare di esserci stati. Dobbiamo fare in modo che la frase “sono in cura dallo psicologo” venga percepita allo stesso modo. Non possiamo più evitare di parlare apertamente di depressione e poi restare scioccati al leggere la notizia dell’ennesima tragedia, né possiamo biasimare chi non c’è più per essere rimasto zitto e averla fatta finita, se è stata proprio la sua certezza di non poterne parlare a portarcelo.

È, quindi, una responsabilità di tutti, questa. Anche il nostro più piccolo gesto, gentilezza o sorriso, per chi soffre può significare tutto. In alcuni casi può addirittura arrivare a salvare loro la vita.

Se quello che ho detto vi ha fatto venire in mente qualcuno, non aspettate: chiamate questa persona, parlateci.

Nessuna vita è inutile, nessuna, e si puo’ arrivare a stare meglio, credetemi.


Il Grido dei Narcisi è in pre-vendita su Bookabook: https://bookabook.it/libri/grido-dei-narcisi/

Vivi come non lo sono mai stati

book-to-life

 

Una persona oggi scomparsa una volta mi disse: quando creiamo i nostri personaggi, quando ne scriviamo, il nostro cervello si immedesima nel loro a tal punto che sentiamo quello che loro sentono, reagiamo come reagiscono loro; insomma, noi siamo loro. Mi disse anche che i personaggi a noi più cari sono quelli nella cui testa siamo entrati più a fondo. E sono anche quelli a cui si affezioneranno i lettori, i quali li sentiranno quasi come li abbiamo sentiti noi perché per noi, mentre li creavamo e li facevamo muovere tra situazioni, luoghi e vicende, erano vivi.

In un certo senso è una condizione mentale che tutti quelli che scrivono – e scrivono davvero, non “scrivono” – conoscono bene. Nell’ultimo libro di Stephen King da me letto, Mucchio d’Ossa, il protagonista, uno scrittore, menziona spesso quel suo andarsene via con la testa mentre scrive, quel suo essere lì solo fisicamente, perché la sua testa è da tutt’altra parte. Un concetto, questo, già incontrato ne La storia di Lisey e in diversi altri romanzi del Maestro.

Cascasse il mondo, King non lo sentirebbe. E non è un modo di dire.

Io non sentii una scossa con magnitudo 5.5, ne’ un incidente successo proprio sotto le mie finestre, anni fa. Tutti i vicini di casa erano sul pianerottolo o in balcone a cercare di capire cosa fosse successo e io invece ero incollata al monitor, le orecchie serrate, gli occhi fissi sulle parole che stavo scrivendo.

Quando scrissi la parte finale di un libro (mai finito), anni fa, lasciai le parole libere di riversarsi sulla tastiera, a briglia sciolta, mentre alcune delle mie composizioni preferite suonavano a tutto volume negli auricolari isolandomi dal silenzio schiacciante della notte e dal rumore delle poche macchine in strada. Lasciai che le immagini di quello che stavo vedendo si descrivessero da sole servendosi delle mie dita troppo lente, incapaci di stare al passo, di buttare giù in tempo reale quello che stava succedendo in quel mondo fittizio e, in quel momento, parallelo. Scrivevo e documentavo e nel frattempo nel petto provavo lo stesso affanno schiacciante dei protagonisti, il loro stesso senso di smarrimento, di impotenza, di ingiustizia. Che è, alla fine, ciò che hanno provato anche quei poveri (s)fortunati che hanno letto la bozza, anni fa.

Mettiamo molto di noi stessi, in quello che scriviamo e, facendolo, finiamo inevitabilmente per trasmettere i nostri sentimenti attraverso la carta.

Vi è mai capitato di leggere un libro e di trovarvi personaggi talmente ben concepiti da sembrare reali? Se sì, quale?

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