Vivi come non lo sono mai stati

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Una persona oggi scomparsa una volta mi disse: quando creiamo i nostri personaggi, quando ne scriviamo, il nostro cervello si immedesima nel loro a tal punto che sentiamo quello che loro sentono, reagiamo come reagiscono loro; insomma, noi siamo loro. Mi disse anche che i personaggi a noi più cari sono quelli nella cui testa siamo entrati più a fondo. E sono anche quelli a cui si affezioneranno i lettori, i quali li sentiranno quasi come li abbiamo sentiti noi perché per noi, mentre li creavamo e li facevamo muovere tra situazioni, luoghi e vicende, erano vivi.

In un certo senso è una condizione mentale che tutti quelli che scrivono – e scrivono davvero, non “scrivono” – conoscono bene. Nell’ultimo libro di Stephen King da me letto, Mucchio d’Ossa, il protagonista, uno scrittore, menziona spesso quel suo andarsene via con la testa mentre scrive, quel suo essere lì solo fisicamente, perché la sua testa è da tutt’altra parte. Un concetto, questo, già incontrato ne La storia di Lisey e in diversi altri romanzi del Maestro.

Cascasse il mondo, King non lo sentirebbe. E non è un modo di dire.

Io non sentii una scossa con magnitudo 5.5, ne’ un incidente successo proprio sotto le mie finestre, anni fa. Tutti i vicini di casa erano sul pianerottolo o in balcone a cercare di capire cosa fosse successo e io invece ero incollata al monitor, le orecchie serrate, gli occhi fissi sulle parole che stavo scrivendo.

Quando scrissi la parte finale di un libro (mai finito), anni fa, lasciai le parole libere di riversarsi sulla tastiera, a briglia sciolta, mentre alcune delle mie composizioni preferite suonavano a tutto volume negli auricolari isolandomi dal silenzio schiacciante della notte e dal rumore delle poche macchine in strada. Lasciai che le immagini di quello che stavo vedendo si descrivessero da sole servendosi delle mie dita troppo lente, incapaci di stare al passo, di buttare giù in tempo reale quello che stava succedendo in quel mondo fittizio e, in quel momento, parallelo. Scrivevo e documentavo e nel frattempo nel petto provavo lo stesso affanno schiacciante dei protagonisti, il loro stesso senso di smarrimento, di impotenza, di ingiustizia. Che è, alla fine, ciò che hanno provato anche quei poveri (s)fortunati che hanno letto la bozza, anni fa.

Mettiamo molto di noi stessi, in quello che scriviamo e, facendolo, finiamo inevitabilmente per trasmettere i nostri sentimenti attraverso la carta.

Vi è mai capitato di leggere un libro e di trovarvi personaggi talmente ben concepiti da sembrare reali? Se sì, quale?

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