Apro una cartella, rileggo degli appunti a caso, pesco qualche capitolo random, chiudo.
Apro un’altra cartella. Altri file, altri capitoli: un’altra storia incompiuta. Provo a buttare giù due righe dell’ultimo capitolo rimasto incompleto, parto in quarta, scrivo una pagina, ne scrivo due, ma poi niente, mi fermo.
Quello che prima mi riusciva spontaneo e naturale, quel fiorire dal nulla di parole più o meno ricercate che, messe insieme, formavano il sentiero su cui si snodavano le vite dei personaggi, oggi non viene fuori più. O, per lo meno, non senza prima farmi sudare diciotto camicie.
Spengo il portatile con un sospiro di frustrazione, prendo un libro dalla pila sul comodino e mi metto a leggere la roba scritta dagli altri.
Va avanti così da quasi due anni.
L’altro giorno ho deciso che di continuare a rileggere ciò che ho già prodotto ne ho le scatole piene. Ho deciso che voglio tornare a scrivere davvero, a dispetto degli ingranaggi del mio cervello arrugginiti dal suo continuo standby, a dispetto della stanchezza e degli inglesismi che, inevitabilmente, insozzano il mio italiano. Ho deciso che devo tornare a scrivere qualcosa di più lungo e complesso di un post sul blog, perché farlo – e riuscirci in maniera costante – fino a due anni fa mi portava a sentirmi bene tanto quanto una corsa di un’ora all’aria aperta.
La decisione me l’ha fatta prendere l’autrice Susan Elliott Wright, ma non penso che la signora in questione avesse previsto questo effetto collaterale quando aveva pubblicato i suoi post.
Susan Wright nel suo blog mette nero su bianco il suo mestiere di scrittrice, senza fronzoli e senza falsa modestia. Sfata miti, ne rivela altri, insomma: si mette a nudo per i lettori, per permettere loro di capire quanto e che tipo di lavoro c’è dietro le trecento pagine che noi divoriamo in poche ore.
Non nasconde nulla, la signora Wright, neppure quanto le faccia comodo ogni singolo penny che guadagna dai prestiti bibliotecari perché, a dispetto di quello che la maggior parte di noi crede, con le provvigioni della vendita dei libri non ci si campa. Solo gli autori da milioni di copie (e con dei diritti cinematografici all’attivo) mangiano grazie alle vendite delle loro opere, ma anche loro, prima di arrivare a sopravviverci, hanno fatto la fame, consegnato pizze, lavorato come camerieri, porta a porta, receptionist. E la Wright ci dice questo con un candore che non è snob, né autocommiserazione: è pura e semplice onestà.
Una cosa di quel suo raccontarsi mi ha colpita in modo particolare, ed è quella che lei chiama la “frustrazione della prima bozza”. È stendere il libro per la prima volta che uccide psicologicamente ed emotivamente lo scrittore. Tirare fuori situazioni e personaggi dalla propria testa e riversarli su un foglio di testo bianco e immacolato è una cosa che terrorizza. La storia c’è, i personaggi pure, ma non si sa come metterla per iscritto. L’unico modo, dice la Wright, è buttare tutto giù così come viene, senza lasciarsi fermare dal tarlo del dubbio. Se si riesce ad evitare la gabbia di una trama già impostata da prologo a epilogo, è ancora meglio: si può scrivere a ruota libera, senza costrizioni. È più appagante. Una chicca, questa, che ha rivelato anche il Maestro King nel suo On Writing.
Insomma, effettuare la prima stesura di un romanzo è come scalare la parete di una montagna a mani nude. Si avanza mezzo centimetro alla volta, aggrappandosi con le unghie e coi denti alla roccia, procrastinando, scoraggiandosi, sbuffando, mollando. Il problema sta proprio lì: non bisogna mollare. Se si molla e ci si alza dalla sedia, la storia muore. Non si avrà più il coraggio di riprenderla, di andare avanti, di farle trovare la sua strada. Si avrà anzi la tentazione di cestinarla perché, insomma, è solo un mucchio di immondizia, no?
Quando si continua, invece, quando si riesce a mettere l’ultimo punto sull’ultima riga, si prova un senso di appagamento senza eguali. La prima bozza sarà pure un mucchio di spazzatura, per noi, ma intanto C’È. Esiste. Per rifinire, migliorare, inspessire personaggi e situazioni c’è tempo, ora che le fondamenta sono state gettate. La seconda, terza (quarta, quinta, etc) bozza in fondo servono proprio a questo: a cesellare, lisciare, perfezionare ciò che si è finalmente buttato giù per iscritto. Ne so qualcosa perché ci sono già passata, ma tendo a dimenticarmene, tendo a scordare quanti anni (e ore al giorno) ci vogliono prima di raggiungere un risultato soddisfacente.
Ho letto tutto questo sul blog di Susan Wright e ho provato un sollievo indicibile. Adesso so perché per due anni ho scritto a pezzi e bocconi, preso e lasciato dieci trame diverse. So da dove viene il blocco. Il cervello si sarà pure disabituato a scrivere, ma la causa principale è il panico che provo davanti all’enormità del compito che ho davanti. La paura, appunto, di sfornare alla fine un mucchio di pagine senza senso.
You know what? Sod it. Io ci provo lo stesso.
Butterò giù la prima bozza. Mi forzerò a restare seduta su quella sedia anche se le gambe fremono per farmi scappare. Finirò quella prima bozza rimasta a metà da due anni e, quando l’avrò finita, la riscriverò un’altra volta, e dopo un’altra volta ancora.
Certe idee vengono in mente per una ragione, di questo sono sempre stata convinta. Non si crea dal nulla un mondo intero popolato di personaggi verosimili così, per caso. Quello che ci manca, a volte, è la giusta motivazione (o trovare qualcuno che sta affrontando i nostri stessi dubbi).
Chissà se la signora Wright aveva messo in conto tutto questo, mentre scriveva i suoi post. Probabilmente no, ma sono contenta che li abbia pubblicati.






