Show, don’t tell

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Una delle prime regole che mi sono scritta sul pezzo di carta che pende dalla bacheca sopra il computer è questa: show, don’t tell.

Mostra (al lettore), non descriverglielo.

Ora non so voi, ma per me è una delle regole che trovo più ostiche da mettere in pratica. Sarebbe fantastico se avessi qualcuno esperto che potesse dirmi dove e quando rimpiazzare le descrizioni con le sensazioni, ma non ce l’ho, quindi lavoro il doppio e sudo il triplo per arrivarci da sola, per lo meno fino a che la storia non è stata scritta tutta.

Correggetemi se sbaglio: lo show, don’t tell è praticamente un divieto. Ad esempio, non diciamo che il panino è buono, diciamo che il personaggio se lo gusta boccone per boccone, in estasi. Non diciamo che l’aria è bollente, diciamo che si fatica a respirare. E così via. Facile da dire a parole, un po’ meno da applicare costantemente sulle n+1 pagine di un romanzo…

Il mondo letterario su questo topic sembra dividersi. Io penso che il giusto stia nel mezzo. Un po’ e un po’, tanto per non rendere il capitolo un mattone indigeribile, ma neppure qualcosa che faccia lavorare di sensi e basta. Durante la revisione a cui sto lavorando al momento, e specie durante la riscrittura del protagonista, cambio le descrizioni ogni volta che mi pare appropriato farlo.

Non dirmi che la luna brillava in cielo, fammi vedere lo scintillio dei suoi raggi su un pezzo di vetro.

Personalmente, non riesco a reggere un libro intero privo di descrizioni e che faccia lavorare continuamente il cervello per dedurre, capire e immaginare dove sono i personaggi o cosa stanno provando, ma questi sono solo i miei gusti personali.

Certo non è neppure possibile ritrovarsi davanti ad una pagina intera piena di descrizioni, perché quello annichilisce la lettura in un altro senso. Una volta sono riuscita a riempire una pagina in A4 – carattere 12, interlinea 0.5 – con la descrizione di una singola stanza. Una cosa folle. Capisco che ogni dettaglio sia essenziale, per chi lo ha partorito, ma c’è un limite.

Una descrizione minuziosa, costante e dettagliata di un ambiente o di una situazione toglie qualunque spazio all’immaginazione e, forse, il gusto stesso della lettura. Mi è capitato spesso di saltare blocchi interi di pagine, riprendendo la storia quando l’autore si era finalmente deciso di smetterla con i dettagli e di far ripartire la narrazione. Mi viene in mente Inferno di Dan Brown, ma ce ne sono stati molti altri.

E voi? Siete più proni alle descrizioni o a lasciare spazio alla fantasia di chi legge? Qualunque suggerimento in merito sarà più che benvenuto: in fondo, sono ancora working in progress!

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Al parco la mattina

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C’era una volta un Paese in cui, tra marzo e settembre, alle 5 del mattino era già giorno pieno.
C’era una volta una metropoli in cui, tra marzo e settembre, era possibile andare a correre al parco prima di andare al lavoro, la mattina.
Io al parco ci andavo a pattinare, e quella città non era Manchester, dove vivo ora. Era Londra e il parco era Hyde Park.
Insieme a me, qualche altro mattiniero in tuta e scarpe da tennis, gli operatori ecologici e gli scoiattoli.

Era bello pattinare al parco a quell’ora. Il vento era inesistente, giù al Sud, e alle 6 del mattino di marzo l’aria era ferma e fresca e profumava di erba inumidita dall’aurora. La fauna iniziava allora a risvegliarsi e a tagliare l’acqua immobile del Serpentine con le zampe palmate. Il sole si arrampicava senza fretta su per i tronchi degli alberi e più tardi sopra le fronde, rimbalzando sulla superficie a specchio del fiume. Le macchine sulla carreggiata erano poche. I taxi erano ancora meno.
Mi buttavo sulla pista e coprivo il perimetro ciclabile del parco due, tre volte, prima di riprendere la metro e tornare a casa. Pattinavo e non pensavo a niente. Pensavo solo a godermi quella pace, ad assimilare nei polmoni quel profumo. Nel cuore inquinato di Londra io respiravo odore di erba bagnata e di fiori e sentivo gli uccelli cantare e lasciavo frotte di anatre seguite dai loro piccoli libere di tagliarmi la strada mentre ero lanciata sul rettilineo che costeggia il fiume. Nel lettore MP3 avevo una cartella che avevo chiamato col nome del parco, con una compilation che si apriva con Quello che sei veramente di Allevi.
Da allora quella melodia per me è rimasta la colonna sonora di quell’oasi di serenità.

6 anni dopo quella cartella è ancora nel mio lettore MP3. I miei pattini ci sono ancora, chiusi in fondo a un armadio da altrettanto. Da quando mi sono trasferita a Manchester le escursioni mattutine al parco sono diventate bagaglio del mio passato londinese. Il freddo o il vento o la pioggia o anche solo quella sensazione sottile di disagio che si percepisce a pelle in qualunque parco di Manchester a qualunque ora del giorno mi hanno fatto sempre dire ‘no, grazie’ all’idea di tirare fuori i miei Rollerblade dal loro anfratto. Le belle piste ciclabili lisce e pulite della ricca Londra a Manchester sono un sogno da mondo ideale che la città degli Smiths forse non vedrà mai. Immondizia, rami, foglie, buche, fango: ci si chiede che fine facciano i solid pagati dai cittadini per la Council Tax. Se vuoi arrischiarti a pattinare in quelle condizioni, accomodati. Se vuoi tentare la sorte e andare a correre alle 6 del mattino, anche in estate che è giorno pieno, e vedere se incontri o meno lo sbarellato di turno, fai pure.

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Così mi accontento di andare a fare due passi al parco alle 4 del pomeriggio, se non piove o non ha piovuto, e solo nelle giornate lunghe dell’anno. Quando vado, nelle orecchie suona ancora la stessa musica della cartella che creai 6 anni fa. Se chiudo gli occhi e mi concentro, per un secondo, forse anche più d’uno, posso rivedere davanti a me il viale del Regent’s Park, o il Serpentine all’alba o la City ai piedi delle colline del Greenwich Park, posso respirare il profumo dei ciliegi e non l’odore di smog e di canne mentre cerco di svicolare l’ennesimo simpaticone lanciato a 20 all’ora sul marciapiede sulla sua bicicletta. Posso illudermi per un istante di essere a 300 chilometri da qui, in quella parte del Paese dal costo della vita proibitivo.

Londra mi manca. Ancora, ogni giorno. Sempre.