Riti di iniziazione

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Ieri sera sono stata ad una cena tutta al femminile, tutta casalinga e tutta pugliese.
Al di là del cibo (ottimo) e della compagnia (idem), c’è stato quel qualcosa di più che m’ha dato parecchio da pensare, sulla via di casa. Che, poi, per la verità ci penso già da qualche mese, ma stasera il concetto ha finalmente preso forma.
Io ormai mi sento a casa qui.

Non so quando sia avvenuto il sorpasso, quando l’Italia ha cessato di essere “casa” e lasciato il posto all’Inghilterra. Pensandoci bene, forse l’Inghilterra il posto dell’Italia se lo è semplicemente preso. Se lo è preso un pezzetto alla volta, con pazienza, combattendomi, contrastandomi, esasperandomi ma, al tempo stesso, dandomi quello che, alla fin fine, avevo sempre voluto. E non è del solo lavoro che sto parlando. È di tutto quello che ruota intorno a chi va a vivere da un’altra parte e non cerca di ricreare in questa “altra parte” una piccola Italia fatta di nostalgie che portano ad appuntare sul calendario tutte le date dei soli eventi italiani, a scendere da un treno nel Peak District e chiedere un espresso (“e speriamo non sia una purga!” – cit.) al primo baretto di montagna che si incontra, o a lamentare l’assenza della pasta Voiello (“la Barilla e la Buitoni no, dái, fanno proprio schifo!”).

Si parla di abitudini, del trovare quello che si cerca laddove ci si aspetta che sia, del sapere quale bus passa e dove va, a chi lasciare le piante quando si parte in vacanza. Si parla di amicizie che riempiono i vuoti tra un turno in ufficio e l’altro, rendendo la vita un technicolor fatto di risate fino alle lacrime e pianti in silenzio che lavano via vecchi dolori. Si parla di indipendenza, di libertà di muoversi come si vuole, senza costrizioni sociali o mentali, liberi tra milleuna culture, culture che si scambiano con la mia, arricchendosi e arricchendola. Si parla del sapere come aprire un conto in banca, con chi accendere un mutuo, come mandare una raccomandata (e avere la certezza che questa arriverà, dopo essermi costata una manciata di centesimi).

Due settimane fa sono stata a Bologna e mi sono sentita un pesce fuor d’acqua. Ho vissuto a Bologna più a lungo che in Inghilterra, eppure di Bologna non ne ho riconosciuto le vie, le scorciatoie, i palazzi, neppure quelli che ero abituata a vedere ogni giorno andando a lezione. I negozi che ricordavo sono ancora tutti esattamente dove li ricordavo, testimoni muti di un’evoluzione che non c’è mai stata in un Paese che fatico sempre di più a capire. Via Indipendenza, da tempo immemorabile chiusa al traffico causa lavori, era un’esplosione di vita, quel sabato sera, un pullulare di anime come non ne avevo mai visti neppure durante le notti estive dei miei anni universitari. Studenti, coppie, turisti, locali. L’aria era calda e umida, la luna immobile sopra le due torri, la musica degli artisti di strada invadente e vitale. Io mi sono guardata intorno e ho visto una città che mi accoglieva come se ci incontrassimo per la prima volta, come se non ci fosse stata nessuna mia permanenza tra le sue mura, come se non ci avessi mai vissuto, quegli 8 anni, a Bononia.

Due giorni dopo, sul tram che dall’aeroporto mi avrebbe riportata a casa, ho guardato il sole fuori dai finestrini e le file di case in mattoni rossi tutte uguali e i prati di quel verde che ero solita trovare solo su un particolare pastello Giotto, oggi introvabile, mi sono sistemata meglio sul sedile e ho pensato: sono a casa.
Mi ha paralizzata, quel pensiero. Poi, pensandoci bene, mi sono resa conto che è vero.
E ieri sera, quando l’ho detto a delle connazionali che sono qui anche da 30 anni, mi è stato risposto: benvenuta nel club. Quale club? Il club di quelli che si sono ambientati qui, anche a fatica, ma che alla fine non rimpiangono di averlo fatto. Di quelli che vedono l’Italia come il posto in cui andare in vacanza e basta, di quelli che si sono realizzati e che non rinuncerebbero a nulla di quello che hanno per tornare a vivere nell’ignoto.

Non riesco a vedermi fare all’inverso il viaggio che una sera di Novembre di alcuni anni fa mi vide arrivare a Londra con una valigia, uno zaino, una stampa rudimentale di Google Maps e tante incertezze. Non riesco neppure a focalizzare l’idea di ripartire da zero in Italia. Per cosa, poi? Con quali incentivi vorrebbe convincermi, il mio Paese, a fare una pazzia del genere?
Invidio chi ha avuto il coraggio di farlo, chi ha sacrificato tutto per riavere un po’ di quel sole, di quel mare, di quel pane che sa di pane, di quella rete ferroviaria che (in ritardo) ti porta a casa nel giro di poche ore, senza costringerti a fare giri del trentuno per mezza Inghilterra o mezza Italia. Invidio chi non è mai partito ed è riuscito ad essere felice con quel che ha trovato e si è costruito a casa. Non invidio quello che hanno materialmente, no, perché neppure a me quello manca. Invidio il loro essere ad un tiro di schioppo da casa, quando non nel posto in cui sono nati e cresciuti, l’avere 4 stagioni, o lo stesso medico finché campano (o finché questo non va in pensione) e che li conosce senza aver bisogno di leggere nessuna cartella, che li visita senza avere il cronometro che fa il conto alla rovescia da 10 minuti a zero. Ma non è una vita che vedo addosso a me, quella. È un cappotto che non mi sta più, ormai.

Come dicevamo a tavola ieri sera: abbiamo visto altro, abbiamo vissuto in una realtà totalmente diversa, e possiamo perciò fare quei paragoni che portano ad individuare il bello e il brutto di ambo i Paesi. E poi, abbiamo concordato, Manchester ci si sta mettendo d’impegno nel farsi accettare. Non è cambiato il tasso del crimine, forse, ma è mutata la percezione che si ha della città,  con le sue vie ripulite, ricostruite, illuminate e abbellite, una città che nel giro di un paio d’anni è riuscita a diventare dieci volte meglio di quella che mi vide sbarcare 6 anni e 1/2 fa a Piccadilly, quando i Gardens erano un ritrovo con quattro lampioni in croce e passare per Chapel Street dopo le 5 in inverno era un’esperienza degna di un Manchester Dungeon, semmai ne avessimo avuto uno.
L’essere andata a vivere a distanza di sicurezza dalla City e il prevedere di allontanarmene ancora di più il giorno che comprerò casa ha aiutato ad accettare il fatto che io e Manchester siamo come una coppia di separati in casa: riusciamo a coesistere, ma a piccole dosi.
Se a Manchester non vuole viverci neppure chi ci è nato e cresciuto, un motivo (forse) c’è.

Io, intanto, continuo a prendermi gli accidenti di chi riceve da me e-mail in un italiano che sa tanto d’inglese. Sto cercando di redimermi, gente. Ci sto provando, davvero. Ho perfino comprato due libri in italiano, ultimamente, e sono tornata a frequentare i portali di notizie nostrani – grida di giubilo in sottofondo da parenti e amici. Gli accidenti contro gli spigoli di casa, però, per qualche motivo continuo a partorirli in inglese. So diventare molto creativa, quando si tratta di insultare l’angolo del tavolo in soggiorno o il piede del divano che mi fracassa un dito.
All’ennesimo botto i miei vicini di casa si siedono, prendono i popcorn. E aspettano.

Valigia in stiva, passaporto in mano, Italia nel cuore

Businesswoman with suitcase in airport

 

La sensazione che si prova in aeroporto nel momento in cui focalizzi che stai per lasciare di nuovo il tuo paese è qualcosa che ti dilania lo stomaco. È un punteruolo che ti ci si ficca dentro, si spalanca in mille spuntoni e gira, lasciandoti lì a tentare di governare il groppo in gola.

Bastarda come solo lei sa esserlo, ogni volta che ti prepari a dirle addio l’Italia ti saluta con uno splendido sole, aria tiepida e un cielo cobalto come solo da lei in inverno si può trovare. Passi i tuoi ultimi minuti in attesa del taxi a respirare gli odori (la brezza fresca che si muove nel calore dei raggi solari e risveglia quel misto leggero di asfalto e terra ed erba), memorizzare i dettagli (le crepe nel muretto del parcheggio e i mattoncini del vialetto tutti sfasati e i segnali stradali sempre troppo vecchi, troppo stanchi, troppo arrugginiti), registrarne i rumori (il rombare aggressivo del traffico che riparte al semaforo, il battere del filtro del caffè per staccare i fondi, due colleghi che si salutano per la pausa pranzo).

L’aria puzza di smog, in una città come Milano, eppure quello smog è parte del quadro, del casino. Perché senza la puzza di smog ciò che hai intorno non sembrerebbe vero. Perché essa lo caratterizza tanto quanto il dang-dang del tram in transito e l’arrancare dell’anziana col carrellino sulle strisce pedonali.

Mentre mi preparo a lasciare la mia postazione al sole per raggiungere gli altri schiavi in coda al check-in della nave volante che ci riporterà in Inghilterra in catene, mi prendo ogni raggio di sole che posso, a occhi chiusi, e ricordo il profumo tutto suo che ha l’aria del mio Paese fuori dalle mura di Malpensa. Ne godo fino all’ultimo secondo, perché non so quando rivedrò il sole e se durerà e se non ci sarà vento a novanta all’ora e se avrò modo di godermelo in qualche meraviglioso villaggio degli Yorkshire Dales e non da dietro le finestre di casa mia a Manchester, chiusa li’ per scappare da un weekend sovrappieno come al solito, intrappolata come una tigre in gabbia per colpa di previsioni sempre inaffidabili che avevano dato pioggia per l’ennesimo weekend di fila.

Vivo in quella che, dicono, è la città più piovosa d’Inghilterra – e tra le più piovose di tutto lo UK. Dovrei ormai averlo capito. Dovrei ormai averlo accettato. Forse ci sarei riuscita se fossi nata e cresciuta in una realtà in cui il sole è un miracolo di Dio ancor più che in Italia. Tuttavia, non sono nata in un Paese della pioggia. Sono nata nella Terra del Sole. Sono cresciuta con la fortuna di avere un appuntamento fisso col mare dodici mesi l’anno. Chiedermi di accettare le limitazioni climatiche di Manchester sarebbe un’offesa contro il mio Paese e un rinnegare le qualità che di esso più ci mancano, a noi expats. Perché si’, ci mancano talmente che di nostalgia in certi giorni c’è da creparci. Ci manca l’Italia. Pur con tutti i suoi problemi. Un genitore imperfetto resta pur sempre un genitore. Ci si può arrabbiare davanti alle sue imperfezioni, ma non si cesserà di amarlo. O di sentire un pugnale nel petto ogni volta in cui lo si saluta e gli si dice: ci vediamo tra sei mesi. Od otto. O un anno. A seconda dei voli che si riescono a trovare. L’evoluta Manchester, infatti, quando si tratta di collegamenti con l’Italia prende e si mette seduta a braccia incrociate. Chi ci vive sa di cosa parlo.

Mentre si aspetta che annuncino il gate dal quale partirà questo o quel volo si è tutti lì, seduti su poltrone diverse nella stessa sala d’attesa, con pensieri diversi e mete diverse nella mente, gran parte di noi diretti in qualche posto lontano da casa. E alla fine ti rendi conto che la sala d’attesa di un aeroporto non è che una metafora della nostra vita. Abbiamo i mezzi per spostarci, siamo noi a dover scegliere dove andare. O se restare.