L’epoca delle decisioni semplici

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Vorrei tornare a un’epoca in cui si nasceva e si moriva nello stesso posto.
Un’epoca in cui i pranzi domenicali con la famiglia erano la regola, non l’eccezione. Un’epoca in cui genitori e figli vivevano sotto lo stesso cielo e non divisi da 2, 3, 10mila chilometri di terra e qualche miliardo di ettolitri di acqua salata.
Un’epoca in cui ci si salutava sulla porta di casa dicendosi “ci vediamo domani” e non in un aeroporto chiedendosi “quando ci rivediamo?”.

Sì, vorrei tornare a quell’epoca, perché in quell’epoca ci sarebbero stati altri problemi, è vero, ma forse noi non avremmo avuto questo magone addosso. La casa sarebbe stata una, e ci sarebbe sembrata un po’ più viva, un po’ più piena, abbellita dai ricordi, con le risate di chi la occupa a fare loro da colonna sonora.
Perché il tempo passa, corre, ci scivola tra le dita, le settimane diventano mesi, i mesi anni, e quella che era un’esperienza destinata ad esaurirsi in un semestre oggi è diventata la mia vita.

Ogni mattina, svegliandomi, mi chiedo dove mi stia portando questa vita che ho scelto e che al tempo stesso mi ha scelta, mettendomi davanti a continui bivi, imponendomi di decidere prima con la ragione e poi, se ci avanza spazio, col cuore. E ogni giorno che si conclude è un giorno passato lontano dal posto a cui una volta appartenevo, dalla famiglia, ed è un giorno che ho vissuto per me e che ho perso con entrambi. E non basta una settimana, non basterebbe neppure un mese di ferie a casa per colmare quel senso di spaesamento che si attenua con l’abitudine, ma che non smette mai di bussare nello stomaco al pensiero di questa vita divisi. Non basta ai genitori riabbracciare i propri figli una settimana l’anno, né basta ai figli, a cui non viene data la possibilità di far combaciare la propria realizzazione personale con la vicinanza dei posti e delle persone che rendono la loro vita completa.

Let me go home
I’m just too far
From where you are
I wanna come home

Michael Bublé, “Home”

Una collana fatta di attimi

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La vita è fatta di attimi.
Perle piccole e brillanti che si accumulano, formando la collana della nostra storia.
Alla morte ne basta solo uno per interrompere quel gioiello. E non tiene conto della sua lunghezza. Interviene, anche nel mezzo della felicità, e ruba quella perla prima che questa possa essersi formata del tutto, prima che questa possa venire infilata nella collana. Collana corta come un braccialetto o lunga quanto una fune; non tiene conto di nulla. Quello che resta, è l’eredità più bella che la persona possa lasciarsi alle spalle: la sua storia.

Approfittiamo di ogni singolo momento. Facciamo del nostro meglio per rendere gli attimi che verranno più lucenti che possiamo. Amiamo senza riserve e abbracciamo le persone a cui vogliamo bene come se non ci bastasse mai.