I gusti cambiano

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C’è poco da dire: i gusti cambiano.
I CD che ho portato a casa venerdì sera come regalo consolatorio alla fine di una settimana particolarmente di merda sono album che fino a qualche anno fa non avrei mai neppure guardato. Oddio, ad essere onesti i Bee Gees li ascoltavo già all’università, quando mettevo su Number Ones durante le pulizie del sabato. Anzi, se sono entrata da HMV, venerdì sera, è stato proprio per cercare quel CD. Sono uscita col sacchetto pieno. E vabbe’ su.

Ascolto un po’ di tutto. Da sempre. Non è superficialità e non è incapacità di trovare un mio filone musicale preferito. Ascolto un po’ di tutto perché mi piace avere un genere diverso per ogni stato d’animo. Così è Einaudi o Kenny G che metto su mentre sono sulla strada di casa con la notte intorno. Sono gli ABBA un lunedì mattina in cui la voglia di rivedere la mia kapò personale mi fa combattere contro l’istinto di girare la macchina e rientrare a casa. È Robbie Williams quando ho voglia di tornare indietro nel tempo, a un’epoca (quasi) senza pensieri, in cui la preoccupazione principale era che esami preparare per il trimestre successivo. E poi c’è Bollani nelle sere d’inverno, o David Bowie e i Beatles a farmi compagnia durante le pulizie. Ma erano i Bee Gees che cercavo venerdì, e con i Bee Gees dalle casse della macchina non sono uscite soltanto le note, ma anche i volti delle persone che, negli anni, mi sono lasciata alle spalle.
Anche con le persone i gusti cambiano. O, forse, siamo solo noi che ad un certo punto diciamo “basta” e, poco alla volta, cominciamo a lasciarle indietro mentre proseguiamo il nostro cammino, con la sensazione di essere in qualche modo più leggeri.

Non è facile. Quelle persone hanno fatto parte della mia vita per un motivo. Sbatterle al di fuori della mia comfort zone richiede forza di volontà. È il risultato che conta, però, paragonare come mi sento ora a come mi sentivo prima.
Per quanto voglia tuttora bene a quelle persone e non riesca e non voglia liberarmi delle foto che ho in giro per casa, sto meglio senza. Siamo cresciute insieme, negli ultimi anni, ma ad un certo punto i due cerchi equi che caratterizzavano i nostri spazi sono diventati diseguali, col mio sempre più piccolo, sempre più invaso dalla predominanza dell’altro, mangiato dal suo inquisire, dal suo fornire opinioni non richieste volte presumibilmente ad aiutare, a farmi sentire meglio, ma ottenendo l’esatto effetto opposto. No, grazie. Non ho bisogno di gente che mi dica come condurre la mia vita, giudicando le mie scelte, mentre la loro è un macello. Ho già dato, in quel senso.

Di loro mi restano i ricordi, perché quelli non me li potrà mai togliere nessuno. I ricordi, e un sorriso amaro al pensiero di come è andata e di come sarebbe invece potuta andare se solo avessero ascoltato, se solo si fossero fermate quando sapevano di doverlo fare. Forse non avrebbero perso l’ennesima amica. Forse a quest’ora avremmo continuato a superare insieme quello che c’è da superare. Forse. Non sono una veggente. Posso solo fare ipotesi. Nel frattempo, però, mi sento meglio. E, alla fin fine, questa è l’unica cosa che conta.

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Una vita in una pila di scatoloni

N/A

Una casa che si svuota è come un album di fotografie che viene privato del suo contenuto un’immagine alla volta.
Scatola dopo scatola, quella che fino a ieri era casa tua comincia ad acquisire quell’aria anonima e desolata che aveva prima che tu te ne appropriassi. Quello che la faceva tua, che la rendeva diversa dalle case dei vicini, che la rendeva unica è stato tolto, inscatolato, e al suo posto restano dei buchi che presto sarà qualcun altro a colmare.
Gli scaffali denudati, le mensole ora spoglie colpiscono gli occhi come un pugno. Per un istante, a malapena un soffio, ogni volta in cui essi vi si poseranno sopra vedranno ancora le stanze così come sono state fino a ieri, ricollocheranno ogni oggetto al suo posto, ogni quadro sulla sua parete.

Ci sono ricordi di risate, urla e pianti intrappolati tra le pareti di una casa. Echi di inaspettate gioie e di grandi dolori restano impressi in ogni angolo, come un secondo intonaco invisibile. Perchè per il tempo in cui è stata vissuta, quella casa è stata il rifugio di chi vi ha abitato. E certe emozioni, immense, forti, violente, si impregnano nelle stanze e vi restano, percepibili dall’inconscio di chi arriva in seguito ed è ignaro della bellezza e della disperazione che si sono consumate tra quelle mura.

La casa che sto lasciando è stata la mia prima casa da sola. La mia prima, grossa conquista in una terra straniera. La mia libertà. La libertà del chiudersi la porta alle spalle la sera e saper di non dover rendere conto a nessuno di quel che faccio una volta rientrata, del non dover controllare se le posate siano state lavate bene o no, del non trovare una pila di piatti sporchi nel lavandino o il bagno regredito allo stadio di latrina.
Ha sentito risate, questa casa, tante. E ha visto tante lacrime. Ha visto la mia vita andare in pezzi e mi ha poi vista risorgere dalle ceneri di quella che ero e che non sono più, fenice proiettata ad ali spiegate verso un futuro costruito con mattoni che mi sto scegliendo un giorno dopo l’altro. Ha assistito ai miei momenti più belli e a quelli più brutti, mi ha vista lottare, arrendermi, cadere, rialzarmi, crescere, cambiare.
È stata testimone muta del passaggio di coloro che c’erano ieri nella mia vita e che oggi sono andati, ha visto amicizie cambiare e consolidarsi, persone affacciarsi un istante per poi sparire altrettanto repentinamente, ha visto storie disintegrarsi.
E un pezzetto di ciascuna di queste esperienze rimarrà qui, perché nessuno lascia davvero un posto dopo essersene andato. E io negli scatoloni metterò i ricordi degli ultimi quattro anni, sia belli che brutti, e con me porterò il senso di gratitudine che non posso fare a meno di provare verso un luogo con cui sono entrata in una simile confidenza. Ne ricorderò il panorama che c’è fuori dalle finestre, quella sensazione di spazio che adoro respirare a pieni polmoni, ne ricorderò i tramonti mozzafiato e le albe commoventi che incendiano le colline e i palazzi intorno di un arancio e di un rosa abbaglianti, ne ricorderò le notti stellate in cui si possono vedere le stelle cadenti, lontani dalle luci urbane e dal loro inquinamento visivo. Ricorderò il profumo di erba che entra dalle finestre nelle mattine di primavera insieme al cinguettare dei pettirossi e dei merli, e rievocherò l’odore di estate che si sprigiona dal cortile nelle sere di luglio.

C’è un che di strano nel vedere la mia vita chiusa dentro degli scatoloni. Un che di nostalgico nelle ombre lasciate sui muri da quadri e poster. Un che di melanconico nei miei passi che riecheggiano per le stanze ora vuote.
I sentimenti provati negli ultimi quattro anni resteranno chiusi nei ricordi delle mura che sto lasciando. E nell’attimo in cui varcherò la porta per l’ultima volta, questa capsula del tempo cesserà di essere “casa” e tornerà ad essere semplicemente “abitazione”, pronta a raccogliere nuove istantanee, nuove risate e nuovi sentimenti di persone nuove che non hanno nulla a che vedere con me.