2020, anno di cambiamenti

Se ne è andato un altro anno.

Il famigerato 2020, l’anno in cui troppe famiglie sono state distrutte e in cui gli eroi taciti di ogni giorno hanno continuato a fare il loro mestiere malgrado tutto, l’anno in cui le nostre vite hanno subito un brusco cambiamento. In tanti, giovedì sera, hanno festeggiato il capodanno con più foga del solito: era ora che te ne andassi, anno di melma! Era ora che lasciassi spazio a quello nuovo!

Come se il giorno successivo, il primo del 2021, potesse essere tanto diverso.

La verità è che chi non ha saputo approfittare delle occasioni offerte perfino da un anno nefasto come quello appena passato, sarà condannato a soffrire a denti stretti anche nei prossimi dodici mesi. Le alternative e i cambiamenti non piovono dal cielo come molti, inclusa me fino a qualche tempo fa, si aspettano invece che facciano. Nulla ci è dovuto e tutto va costruito, cambiato, coltivato, a volte con una pazienza e una resilienza ai limiti dello sfiancante.

“Tra vent’anni sarai più dispiaciuto per le cose che non hai fatto che per quelle che hai fatto. Quindi sciogli gli ormeggi, naviga lontano dal porto sicuro. Cattura i venti dell’opportunità nelle tue vele. Esplora. Sogna. Scopri.”

MARK TWAIN

Il 2020 è stato per me un anno di cambiamenti, riflessione e riscoperta dei miei veri valori. È stato un po’ la conclusione di un percorso iniziato da anni  perché, in fondo, senza imprevisti e senza ritrovarsi a sbattere la faccia davanti a situazioni impossibili, non si può evolvere, né cambiare.

Mi ha insegnato ad apprezzare davvero il valore di cose banali e scontate, come il poter usare un marciapiede senza dover schizzare a distanza di sicurezza, e a lasciar andare situazioni e persone, chiudendo vecchi capitoli per poterne così aprire di nuovi. Mi ha offerto la possibilità di fermarmi, ricaricare le batterie e riflettere.

Ho preferito fare, piuttosto che trascinarmi da un mese all’altro in attesa della fine della pandemia. Altri, nell’attesa di un ritorno alla normalità, hanno invece messo in pausa la loro vita e cominciato a sopravvivere azzittendo, ignorando o addirittura insultando chi, invece, cerca di aiutarle a sfruttare al meglio una situazione che nessuno di noi può cambiare.

“Dietro ogni problema c’è un’opportunità.”

GALILEO GALILEI

Aspettare la fine di qualcosa su cui non si ha alcun controllo può diventare estenuante. La frustrazione aumenta, e così pure la rabbia. Le persone intorno diventano i primi parafulmini di questa ira senza meta, finendo con l’allontanarle e aumentando il proprio senso d’impotenza.

Non so se mi sentirei altrettanto motivata e dinamica se avessi passato anch’io gli ultimi mesi in standby. Al contrario ho portato avanti nuovi progetti, cambiato lavoro, abitudini e anche alcune amicizie. La tecnologia che ci ha permesso di sopravvivere all’isolamento è la stessa che mi ha aiutato a incontrare persone in sintonia con le mie idee ed i miei ideali. E più passo le ore a parlarci, più sento di allontanarmi da alcune vecchie amicizie. La nostra divergenza di vedute nei confronti della pandemia ha finito col creare tra noi un divario: siamo diventati terre alla deriva in direzioni opposte.

Non mi strappo i capelli davanti al ripetersi delle restrizioni che, dicono, violano la nostra libertà personale. La sola cosa su cui mi sento di concordare è che il governo inglese, con le sue decisioni altalenanti e spesso contraddittorie, ci ha messo il carico, esasperandoci tutti. Per il resto mi sono resa conto come molte delle attività tipiche del mio tempo libero prima non fossero altro che una distrazione per sfogare la pressione portata da un ambiente di lavoro tossico in cui il micro-management e il bullismo perpetrati da pochi ci hanno fatto fuggire in tanti.

Perciò sì, in definitiva posso confermare che mi è dispiaciuto salutare il 2020. Non posso fare a meno di dire grazie in silenzio per tutto quello che mi ha portato, risparmiato e permesso di avere.

E, in fondo, come mi disse qualcuno anni fa, prima di essere liquidato da una mia alzata scettica di spalle, la differenza sta tutta nell’attitudine con cui affrontiamo le cose giorno per giorno.

“Un pessimista è uno che crea difficoltà dalle sue opportunità e un ottimista è colui che crea opportunità dalle sue difficoltà.”

HARRY TRUMAN

Dare la colpa agli altri o alle situazioni è più facile che rimboccarsi le maniche e spaccarci la schiena per cambiarle. E’ più semplice incolpare per come siamo i nostri genitori, gli insegnanti, quello che ci è successo, piuttosto che ammettere di avere il potere decisionale di cambiare, di lasciare quelle persone e quelle esperienze nel passato e diventare una versione migliore di noi stessi. L’assenza di risultati tangibili porta spesso a mollare dopo i primi tentativi ma, proprio come quando si comincia ad andare in palestra, questi non sono mai immediati. Solo guardandosi indietro e facendo un paragone ci si rende conto dell’abisso che separa le due versioni di noi. E a quel punto si comincia davvero a vivere, lockdown o no.

Tutto uguale, tutto diverso

Bologna, l’afa, i loggiati, gli studenti e i turisti che entrano ed escono dai negozi, accompagnati da uno sbuffo di aria gelata. Piazza Maggiore, i giapponesi con gli ombrelli, la V di vittoria davanti all’obiettivo, la foto di rito al Nettuno dall’angolo giusto, di modo che si veda lo schersètto.

La pizza di Altero in centro, la mattonella di cioccolato da Al Mí Furnér in Saffi e il gelato alla prima cremeria biologica a Marconi, che sembrava non dover sopravvivere alla fine della stagione estiva e invece, quindici anni dopo, è ancora lì.

E poi giù per trecento chilometri, lungo la costa est del nostro stivale, fino agli stabilimenti balneari ancora deserti, dove la sabbia bollente sotto i piedi mi ricorda la sensazione meravigliosa e sempre uguale del primo giorno di mare della stagione, quando andavo ancora a scuola.
La brezza bollente, l’acqua piatta e calda, irresistibile come il canto di una sirena per i marinai.
Gli ombrelloni diversi nello stesso posto e la collocazione diversa degli stessi bagnanti nello chalet di una vita.
La vecchietta immortale, che va in acqua con le pinne già ai piedi camminando a ritroso, i fiori della sua storica cuffia catarifrangenti sotto il sole di mezzogiorno.
La vicina di ombrellone che mi riassume il suo ultimo anno tra una fila di parole crociate e l’altra, prima di buttarsi in acqua col costume a tartaruga, storico almeno tanto quanto la cuffietta a fiori dell’altra. E poi i ragazzini di ieri, che oggi hanno la patente o dei figli o sono finiti in cura – o tutte e tre insieme. Le passeggiate del mattino lungo la battigia, schivando i bimbi che si eiettano a razzo da sotto gli ombrelloni, concentrati solo sulla loro meta finale, il mare.
La musica dagli altoparlanti e le pubblicità, ancora le stesse dopo vent’anni.

Tutto uguale, eppure tutto diverso. Sono diversa io, sono diverse le persone che ho lasciato quando ho lasciato l’Italia. Sono diversi i discorsi che facciamo, così velati di una spolverata di malinconia al ricordo dei tempi andati e al pensiero che alcuni di noi potrebbero rivedersi tra un anno o due o mai più.

E infine ci sono la melancolia del rientro, la fine delle ferie e del sole e del caldo, il grigio fuori dalle finestre, il freddo e la pioggia della città che negli anni ho imparato a chiamare casa, dove vive l’altra metà degli affetti importanti della mia vita e dove lascio un pezzetto di cuore ogni volta in cui salgo su un aereo per andare da qualche parte.

La vita da expat sa essere meravigliosamente unica, ma quante volte richiede un prezzo emotivo che siamo a malapena in grado di pagare?