La mia vita a Manchester: il lama di nome Paul

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Ci sono stranezze di questo Paese che fanno ormai parte del mio quotidiano.
Tipo, il rispondere “ah, beh, sì, e allora?” alla novellina che mi addita scioccata il branco di donzelle che gira per il centro a piedi nudi, scarpe in mano, un sabato sera. O tipo il trovare normale il cartello “now please wash your hands” appicciato nei bagni di uffici e ristoranti, come se il lavarsi le mani dopo averla fatta sia qualcosa che uno ti deve ricordare.
Se mi ci concentro, potrei partorire una lista che mi terrebbe incollata alla tastiera da qui a San Silvestro. Il punto è che mi ci devo concentrare, perché di primo acchito io certe cose ormai non le noto nemmeno più. O peggio ancora le noto, ma il mio cervello le sbatte nel cassetto “roba normale – prego archiviare”.
Questo per lo meno finché non mi arriva l’espatriata fresca di espatrio che prende e mi sbatte in faccia l’assurdità di quello che io avevo appena riposto in tale cassetto della roba normale.
Il lama di nome Paul, per esempio.

La storia del lama di nome Paul io ho avuto il piacere di ascoltarla di persona. Capiamoci, a Manchester non è che manchino i lama, anzi. Li abbiamo reali (a Heaton Park) e virtuali (che ti sputano sui piedi per strada). Non c’è niente di straordinario, e non ce ne era nemmeno nel lama Paul, almeno finché la mia amica non decise di riportarmi coi piedi per terra.
Si parlava di autobus e di gente che si incontra sugli autobus.
Io: “L’altro giorno ne ho sentita una, non potete capire… dietro di me c’erano ‘sti due tizi, inglesi, e uno raccontava che aveva dovuto portare il lama dal veterinario. E lo tiene in giardino! Pensa che giardino c’ha questo??”
Amica 1: “Ammazza, infatti!”
Io: “Più che altro, continuava a dire ‘il mio lama Paul, il mio lama Paul’, ma alla fine ho capito che era una femmina! Ti rendi conto??? È un lama femmina e l’ha chiamato Paul!!!”
Amica 2: “Ridicolo!”
Espatriata: “No, scusate, eh, io non vorrei divve niente, ma vi sentite quando parlate?? Questo c’ha UN LAMA IN GIARDINO e voi vi scioccate perché è FEMMINA e l’ha chiamato PAUL??? Annamo bene, qua.”
E a quel punto scese il Grande Silenzio prima della Grande Risata.
Perché sì, noi veramente non ci eravamo accorte che fosse anormale il fatto che uno tenga un lama nel giardino sul retro. A Manchester.
Ah, lo avevate capito che Paul dal veterinario ci era arrivato viaggiando su uno shuttle bus, vero?

Portatemi via di qui prima che sia troppo tardi.

Caro computer ti scrivo

Baby Expressions

Mi serve un computer nuovo.
Mi serve un computer da usare senza giocarmi più la vista su uno schermo buono per un hobbit. Un computer a torre, per capirci. O All-in-One. Ma con un monitor grande, grandissimo, gigante.
Io ci ho provato a cercarlo, ‘sto computer nuovo. Ma sembra che i computer desktop si siano estinti. E, con essi, si è definitivamente estinta anche la mia fiducia nei commessi dei negozi di elettronica inglesi.

Sul sito web di Currys di computer a torre ce ne sono quanti ne vuoi. Se entri in un loro negozio, però, sono qualcosa tipo 2.754.689mila portatili quelli che ti ritrovi davanti.
Rossi. Bianchi. Rosa. Verdi (perdonali, Signore!)
I fissi ci sono, certo. Stanno in un angolo. Hanno una mela smozzicata sulla scocca e una bottiglietta di sali affianco al cartellino del prezzo.
“Hi luv! Posso aiutarti?”
Addetto, a meno che tu non mi fabbrichi un Packard Bell o un HP o anche l’ultimo scargazzino elettronico qui, subito, la mia risposta è NO. Non mi puoi aiutare.
“Avete computer desktop che costino meno di uno stipendio?” faccio, diplomatica.
Lui si aggiusta il turbante con un sorriso, poggia nonchalant una mano sull’iMac davanti a me e mi fa: “E se io ti dicessi invece che puoi avere questo bimbo qui in 12 rate a tasso zero?”
“Ti direi che il tuo bimbo alla fine mi costerebbe lo stesso 1500 pound, ma a rate.”
“Però avresti un Mac!”
“Sì, e MacOS, e con MacOS ho già dato e non è proprio cosa per me.”
“E perché?”
Ecco, sta per avere un arresto cardiaco, lo sento. Portatemi un defibrillatore.
“È molto meglio di Windows!”, insiste. “Non devi installare tutte quelle protezioni, un Mac è sicuro e pensa a tutto lui!”
“Io non uso Windows. Uso Linux e l’iMac non lo voglio.”
Il tipo suda. Ha già l’ascella pezzata. “Ma… ma… Mac è meglio anche di Linux!!! È più sicuro!!!”
“MacOS è pure lui uno Unix” dico spicciola.
Attendo la sua contro-risposta.
……….
………………..
…………………………….
‘Spetta che chiede l’aiuto del pubblico.
Ah, no, sta chiamando a casa.
“Mi dispiace di non poterti aiutare” mi fa alla fine, e se ne va, lasciandomi a contemplare l’iMac che io non voglio ma su cui lui mi farebbe mettere 4 firme.

Caro computer fisso destinato a me, che sei da qualche parte in questa piccola isola, lo so, mi rivolgo a te: dove ti stai nascondendo?
Esisti, in quest’angolo sperduto del mondo civilizzato, o sei un’utopia al pari dei cordless multifunzione, dei succhi di frutta senza zucchero e degli autolavaggi a gettone?
Potrò farti arrivare comodamente qui a casa o mi toccherà farmi arrestare in un aeroporto italiano mentre tento di spacciarti per il mio bagaglio a mano?
Dove sei, computer destinato a me?