Il bello di Glasgow

Il bello di Glasgow sono tutte quelle cose che fanno di Glasgow, beh… Glasgow. A partire dalla gente.
Cordiale, genuina, rustica, diretta. Di quel diretto che, se finisce la carta igienica mentre la signora è nel bagno del pub e tu sei lì fuori che aspetti, la signora ti chiede se hai un fazzoletto e poi corre dalla cameriera a trovare un rotolo per te. Di quel cordiale che, se non capisci una mazza di quello che ti hanno detto, te lo ripetono col sorriso – alla stessa velocità e con lo stesso accento di prima, ma comunque. Di quel genuino che all’arrivo dell’autobus non si scatena l’inferno al segnale di Massimo il Magnifico, come succede a Manchester. Perché a Glasgow la gente alla fermata FA LA FILA.

Il clima sulle sponde dell’irrequieto Clyde è quello che è, ma non una volta o due è capitato di sentirmi arrivare da lassù un “oh, qui abbiamo sole e zero vento!”, laddove a Manchester volavamo via come Mary Poppins infradiciata dall’uragano Sally.
Il clima sulle sponde dell’irrequieto Clyde fa schifo, ma almeno le sponde dell’irrequieto Clyde per andarsi a fare due passi in quei giorni in cui il tempo lo permette ci sono.

Tanto per cominciare, nel centro città ci sono i parchi. Tanti, grandi. Soprattutto, puliti e ben curati. Praticamente, Glasgow ha in verde quello che Manchester ha in cemento (a meno di farsi un viaggio della speranza in autobus per arrivare in periferia).

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E se dovesse piovere, ci si può sempre chiudere in uno dei giardini botanici…

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… o in uno dei musei, i quali in architettura e contenuti ricordano molto da vicino gli acerrimi concorrenti londinesi…

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Con qualche concessione un pò… come dire… creepy…

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…o burina (dentro e fuori dai musei).

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Non mancano i posti in cui fare ottimi pit-stop culinari tedeschi

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…locali (home made)…

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…o italiani

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Ci sono poi quelle parti di Glasgow, quelle icone che la identificano e compaiono anche su cartoline, strofinacci, magneti e quant’altro si possa comprare nei vari souvenir shops, tipo Lord Wellington, col suo onnipresente cono stradale in ogni variazione e colore…

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…la stazione centrale, St George’s Square e le decorazioni sui palazzi di Argyle Street…

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O la cattedrale infestata, in cui è possibile sentirsi spintonare senza avere nessuno intorno, e la Necropoli, da cui si gode una veduta sulla parte industriale di Glasgow…

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Da non perdere anche il bellissimo edificio dell’università di Glasgow, opera di Charles Mackintosh, passeggiata che offre tra l’altro l’opportunità di godere di un bel panorama.

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Nel frattempo, girando, sparsi per il centro si possono incontrare immensi murales che valgono bene uno scatto:

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…o i residui dei Commonwealth Games 2014 nel Glasgow Green:

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Qualche sprazzo di antichità nascosto tra il moderno…

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E, per finire, una passeggiata lungo il Clyde, con la mole del SECC sulla destra e gli edifici della BBC Scotland sulla sinistra.

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Insomma, se suggerisco di visitare Glasgow? Decisamente sì. Ma spero per voi che, quando lo farete, vi capiteranno giornate come quelle che ho incontrato io. Se no: galosce.
Buona fortuna!

Life is a rollercoaster, just gotta ride it!

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Ottobre. Domenica. Sole.
Niente vento. Che nel Nordest dell’Inghilterra è un pò come dire neve ai Caraibi.
La capsula su ruote si inerpica su per la statale che da Macclesfield va a Buxton. Taglia a metà il Peak District e il suo parco nazionale, su e giù come una pista delle montagne russe, passando in mezzo ai campi, alle pecore, a paesaggi mozzafiato che ti distraggono dalla strada e dal suo limite-killer di 95 all’ora.
Perchè gli automobilisti inglesi rispettano le regole, ma sono dei pazzi sconsiderati. Questo, oppure l’avere un infarto miocardico mentre sono lanciati a tutta birra contro una curva che finisce nello strapiombo li eccita piu’ di uno scatto di Scarlett Johansson in perizoma.

3-ewesC’è pace e c’è silenzio – tra un aereo e l’altro. Il che significa che c’è silenzio ogni dieci secondi, ma comunque.
La natura brulla e inospitale risveglia il corpo e la mente da una settimana passata a fissare un monitor, a battere su una tastiera in un ufficio più morto del Golders Green all’ora di chiusura. Intere montagne vestite di terra ed erba arida e pietre e ruscelli che scorrono tra le pietre. E merda di pecora, tanta, troppa, che ti si attacca alle Karrimor, e pecore incazzate che ti inseguono finchè non salti dall’altra parte dalla staccionata, ma sei in montagna e l’aria è pulita e il cielo è blu ed è tutto bello, e ‘fanculo alle pecore nevrasteniche e all’ennesimo Ryanair che atterra all’aeroporto di Manchester. Sei nel Peak District, dove la natura è selvaggia e spoglia e incontaminata. Il che, se hai la pinta di caffè della colazione ancora nello stomaco, può diventare un problema. Grosso. Perchè oggi YouTube arriva praticamente dappertutto, e Instagram e Twitter non sono da meno. Ma potresti avere tanti like.

buxton-gardenIl traguardo dell’esorbitante corsa a trenta all’ora è Buxton, città termale, dove le terme furono costruite dai romani. Come ci arrivarono i figli di Cesare in quel posto dimenticato da Dio, resta un mistero irrisolto dell’isola di Betta.
La capsula su ruote tira un sospiro di sollievo e si infila nel parcheggio con una manovra sola. Tutti quei su e giù per il Peak l’hanno emozionata. Tre cilindri, due passeggeri. Non ce la può fare, lei. É arrivata a Buxton a una velocità media di 45 all’ora, con picchi esorbitanti di 50 – e ribassi di 20, in salita, in seconda, con le pecore che tra un po’ la superavano sgommando.
Pub, pinta di Pepsi (visto che guidare su quelle strade da gironi dell’Inferno non era stata una punizione sufficiente), arrosto misto. Che in Inghilterra chiamarlo “arrosto” è una cosa grossa. Ma grossa forte.
Uova al tegamino. Pancetta. Pomodoro arrosto (mezzo). Patatine fritte. Fungo affumicato.
Se ci avanza spazio nel piatto, ma solo se ci avanza, buttiamoci pure una salsiccetta del Lincolnshire, uno sputo di filetto rinsecchito e mezzo petto di pollo. E, già che ci siamo, accodiamoci pure una cheesecake al limone.
Il fegato, là sotto, alza gli occhi e ti fa: allora, hai finito?
Sì. Per forza che ho finito. Perchè se butto dentro un altro etto poi la lavatrice su ruote non gliela può fare. Mi lascia a Buxton. Perchè devo tornare indietro, e non me la posso fare tutta in prima.
Su e giù, su e giù per i pendii un’altra volta. Fino a Macclesfield.

Le macchinine che corrono zompando per le strade fuori Tokyo non sono un’invenzione dei giapponesi.
In Inghilterra esistono.