La giornata comincia a Manchester sotto un nebbione da Val Padana.
Tutto è immobile e statico, alle 8 del mattino della domenica di Pasqua. Qualche corvo che salta sul tetto, qualche povera anima che porta a spasso il cane nella nebbia. I semafori agli incroci si vedono appena. Sembra una scena del film The Mist.
Le premesse non sono delle migliori, ma l’appuntamento del giorno è ancora valido, perciò accendo la macchina e parto. È un CD di musica italiana degli Anni ’80 quello che suona dalle casse. È l’unico rumore, almeno finché in macchina non diventiamo due.
Mi districo per le vie deserte della Greater Manchester e per una ancor più deserta M60. Destinazione: North Yorkshire.
Il clima si fa clemente mano a mano che arranchiamo su per le stradine che portano ad Harrogate. Al momento di spegnere il motore è una splendida domenica di sole quella che illumina le ripide viuzze del centro storico della città termale. La gente, così diversa dai burini che si staranno prendendo a cazzotti per le vie di Manchester, si rilassa passeggiando per i sentieri e i prati ben curati dei giardini botanici.
Nonostante sia la domenica di Pasqua, tutte le attività sono aperti e pimpanti, inclusi il Tourist Office e le pasticcerie. Le quali, naturalmente, offrono profumi e display favolosi.
Il viaggio prosegue alla volta del villaggio di Ripley in un gran sgasare e spingere di seconda su per le strade impossibili dei Dales. All’ora di pranzo il sole è a picco, il cielo blu e non un filo di vento interviene a disturbare la gente seduta ai tavolini in legno fuori dall’unico pub. La fila alla gelateria storica di Ripley è lunga, ma ordinata, e alla fiera dell’antico il silenzio e l’odore di muffa rendono l’esperienza mistica – il Cornish Ice Cream, invece, si fa un mattone che pesa sempre di più nello stomaco, docilmente fomentato dalle spore attaccate ai libri e ai forzieri del nonno.
La giornata termina a Fountains Abbey, abbazia cistercense a nord di Ripon. L’ingresso costa 11 sterline e manca solo un’ora alla chiusura dei cancelli, ma l’omino della National Trust non se la sente di vederci andare via e alla fine stampa per noi due biglietti gratis, ci smolla la mappa dei grounds e saluta me con un enjoy! che sa tanto di “non sai cosa ti saresti persa!”. E, naturalmente, no, non sapevo cosa mi sarei persa. Perché le rovine mozzafiato dell’Abbazia scaldate dal sole del tramonto diventano la chiusura perfetta di una lunga giornata di escursioni, aveva ragione l’omino. Grazie, volontario della National Trust!
Restano pochi visitatori, a ridosso dell’ora di chiusura. I pennoni e le torri sono dominio indiscusso di corvi e gazze. Non c’è più un tetto a unire quelle mura consumate dai secoli, e al pavimento si è sostituita l’erba, ma alzando lo sguardo e guardandosi intorno si può ancora percepire la maestosità di una delle abbazie più grandi d’Europa.
Se Guglielmo da Baskerville e Adso da Melk fossero davvero esistiti, ecco, avrebbero camminato lungo navate come quelle, e poco importa se Fountains Abbey con San Michele ha poco a che vedere.
Al rientro, dopo un pit stop a base di acqua tonica nel pub più antico di Ripon, a illuminare i sentieri di campagna che nello Yorkshire chiamano strade è un bellissimo tramonto fatto di amaranto e rosa e cenere.
Ah, questo prima di inchiodare a mezzo metro dal muso del pavone di quartiere, che ha deciso di attraversare mentre arrivavo io e che, in perfetto stile britannico, s’è preso il suo tempo per arrivare dall’altra parte della strada.
C’è chi in cortile ha il cane, chi il lama Paul, chi il pavone. Chi sono io per giudicare?












































