Messi alla berlina (senza aver fatto niente)

Vorrei aprire questo post premettendo una cosa: capisco poco di politica, e proprio per questo non ne parlo praticamente mai. A meno che non so di che cosa si sta parlando (vedi: Brexit).

Da qualche parte, però, devo pur cominciare, perciò abbiate pazienza e lasciatemi partire dall’ultima che ho visto, di quelle che ti fanno alzare gli occhi al cielo e dire bastaindipendentemente o no dalle simpatie che una ha o non ha per il soggetto incriminato.

Ieri su Facebook è stata pubblicata la seguente immagine, accompagnata dalla didascalia “Selfie sulle macerie, sotto ancora morti da estrarre. VOMITO!!!

Potete immaginare le reazioni della gente che l’ha vista, specie considerata la mole di gaffes accumulate della persona in questione nel giro di poche settimane.

È soltanto l’ultima di una lunga, lunghissima serie di bufale, diffamazioni gratuite, valanghe d’odio scatenate da un frammento di non-verita’ deliberatamente creato al solo scopo di distruggere una persona.

A spaventare non dovrebbe essere tanto la quantità di utenti che spegne il cervello manco mezzo secondo dopo aver visto una foto contraffatta nel suo significato per mezzo di una mera didascalia, quanto la ferocia con cui reagiscono, credendo ciecamente a quello che vedono senza interrogarsi minimamente se questa sia o no la realtà dei fatti.

Tornando alla foto del signor S.: non nascondo che la mia prima reazione è stata la stessa di tutti gli altri. Passato quel mezzo secondo, però, ho abbandonato Facebook e ho chiesto aiuto a Google. E… tac! Ecco che in meno di mezzo secondo, ovvero lo stesso tempo di reazione dell’utente medio al vedere quella stessa foto, la grande G mi ha confermato quello che sospettavo: è un montaggio diffamatorio bello e buono.

Oppure questa:

E se la signora gli stesse facendo vedere qualcosa sullo schermo? E se il selfie fosse magari per un parente di una delle vittime, che non è potuto andare ai funerali di stato?

Personalmente, non provo nessuna simpatia per il signore in questione, ma ciò non significa che debba venire diffamato gratuitamente. Dico, ci pensa già da solo a fornire abbastanza materiale autentico; inventarne diventa uno spreco di energie.

Forse però il punto è proprio questo: di materiale autentico ce ne è ormai troppo per stupirsi di fronte all’assurdità di quello creato ad hoc. Eppure dovrebbe lo stesso farci riflettere, pensare a come basta poco per diffamare una persona – per lo meno online.

Gli esempi possono andare avanti all’infinito: dalle bufale che vedono coinvolti i migranti, ai vaccini, alle presunte parole di Cécile Kyenge.

Oggi tutto questo è a portata di clic. Qualunque imbecille munito di un computer e di una tastiera (cit.) può dire la sua anche quando non ha niente di valido da dire.

Il che mi porta a concludere con una filastrocca a tema che, per coincidenza, avevo letto stamattina, poco prima della bufala sul signor S., e che trovo geniale:

E voi che ne pensate?

L’era della disinformazione?

Stamattina mi sono imbattuta in questo articolo del Corriere, da cui si capisce come i blog stiano sparendo perché il tempo medio da noi dedicato alla lettura di un singolo articolo continua ad accorciarsi.


L’informazione, come tante altre cose del nostro quotidiano, è diventata mordi e fuggi perché c‘è troppa offerta rispetto al tempo che abbiamo da dedicarle.



WhatsApp, Facebook, Instagram, email, Pinterest, Twitter, Flickr, WordPress, Tumblr, Snapchat, Meetup: metti il telefono in borsa un’ora e quando lo riprendi la barra delle notifiche strabocca di messaggi, il led un albero di Natale impazzito dove blu, bianco, verde e rosso si alternano in una successione psichedelica.
Non stupisce scoprire come anche i siti e i social di blogger una volta trafficati mostrino oggi poche interazioni: il nostro tempo libero non è illimitato, perciò continuiamo a trovare modi per crearcene, fosse anche a scapito della nostra stessa formazione culturale.
Con orrore ho scoperto, ad esempio, che per porre rimedio al calo drastico di lettori in Inghilterra hanno inventato i cosiddetti “Quick Reads”, una versione condensata di alcuni titoli famosi in cui il numero di pagine è stato ridotto di circa due terzi rispetto all’originale: un insulto, a mio avviso, all’impegno e al lavoro dell’autore.
Avevo scritto già un paio d’anni fa del bisogno della gente di leggere roba semplice – alias: spegni-cervello. Se un articolo si protrae oltre le due righe in croce a lui concesse dalla nostra attenzione altalenante, chiudiamo la pagina e passiamo al prossimo. E il ciclo ricomincia.


Non mi meraviglia, perciò, scoprire che i blog stiano sparendo.
Avere un blog richiede tempo, infatti. Molto. Non è solo lo scrivere gli articoli a richiederne, anzi, quella è forse la parte più facile. Per far conoscere il tuo blog, oltre a tenere aggiornati i social media ad esso collegati e a promuoverlo attraverso i portali-contenuto appositi, tu proprietario devi interagire in maniera costante con gli altri blogger, come vuole il regolamento tacito, e per interagirci devi prima trovare post degni di essere letti tra le migliaia di articoli pubblicati, [polemica] scartando i quintali di monnezza che gli utenti mettono in Rete non perché sentono il bisogno di scrivere, bensì perché vogliono dire di esserci pure loro, in cerca di quel like o commento che dia loro quel pelo in più di visibilità rispetto agli altri blogger, poco importa se l’articolo da loro scritto è un’emerita cagata sgrammaticata con 97 commenti fatti di “bel post!” e “grazie!” e “prego!”, tutti pubblicati al solo scopo di far apparire la propria URL in cima alla casellina, nella speranza che qualche lettore di passaggio ci clicchi, scopra il tuo sito, decida di seguirlo e vada ad aumentare così il traffico di cui quella ciofeca che tu chiami blog ha disperatamente bisogno per salire dal posto 100.541 al 100.540 nella classifica dell’indicizzazione di Google [/polemica].



Pubblicano perché, per come funzionano i social media oggi, se vuoi visibilità non è importante cosa scrivi, ma il fatto che aggiungi qualcosa. Se sparisci, fosse anche per qualche settimana, gli altri utenti e i motori di ricerca si dimenticano di te e le visite mensili sul tuo sito piombano da mille a dieci.
Bisogna pubblicare, sì, ma anche essere presenti sui siti degli altri per rimanere a galla nell’oceano di offerta presente nel Web, e questo significa che, alla luce dell’offerta, gli articoli vengono letti saltando le righe a due a due, oppure leggendo i paragrafi di apertura e di chiusura e dando appena una scorsa a quello che c’e’ nel mezzo, rendendo poca o zero giustizia al lavoro di chi li ha scritti, dedicando loro ore della propria giornata che potevano essere sfruttate per fare altro (per lo meno quei blogger che scrivono per il piacere di scrivere. Gli altri, come detto sopra, semplicemente vomitano parole a caso nella casella di scrittura).
Come dice una mia cara amica, nell’epoca del boom tecnologico stiamo assistendo a un’involuzione del sapere.
La nostra lingua si sta impoverendo, vuoi per colpa della monnezza che leggiamo ogni giorno, vuoi per colpa dell’influenza delle lingue straniere (eccomi, presente!), vuoi per lassismo. La nostra capacità di giudizio sta uscendo, se non proprio compromessa, per lo meno messa a dura prova dalla miriade di informazioni fasulle pubblicate ogni giorno sui social ai quali siamo iscritti – dai due immigrati impuniti che siedono sulla panchina a Forte dei Marmi (http://www.lanazione.it/viareggio/cronaca/bufale-1.3342064), alle presunte foto dei bambini siriani uccisi partorite da Photoshop, alla guerra dei vaccini – e che ci distraggono, rendendoci alla lunga insofferenti alla sola idea di accendere il computer.


Quindi, secondo voi, in che epoca stiamo vivendo, esattamente?

Quella dell’informazione o della disinformazione?