L’era della disinformazione?

Stamattina mi sono imbattuta in questo articolo del Corriere, da cui si capisce come i blog stiano sparendo perché il tempo medio da noi dedicato alla lettura di un singolo articolo continua ad accorciarsi.


L’informazione, come tante altre cose del nostro quotidiano, è diventata mordi e fuggi perché c‘è troppa offerta rispetto al tempo che abbiamo da dedicarle.



WhatsApp, Facebook, Instagram, email, Pinterest, Twitter, Flickr, WordPress, Tumblr, Snapchat, Meetup: metti il telefono in borsa un’ora e quando lo riprendi la barra delle notifiche strabocca di messaggi, il led un albero di Natale impazzito dove blu, bianco, verde e rosso si alternano in una successione psichedelica.
Non stupisce scoprire come anche i siti e i social di blogger una volta trafficati mostrino oggi poche interazioni: il nostro tempo libero non è illimitato, perciò continuiamo a trovare modi per crearcene, fosse anche a scapito della nostra stessa formazione culturale.
Con orrore ho scoperto, ad esempio, che per porre rimedio al calo drastico di lettori in Inghilterra hanno inventato i cosiddetti “Quick Reads”, una versione condensata di alcuni titoli famosi in cui il numero di pagine è stato ridotto di circa due terzi rispetto all’originale: un insulto, a mio avviso, all’impegno e al lavoro dell’autore.
Avevo scritto già un paio d’anni fa del bisogno della gente di leggere roba semplice – alias: spegni-cervello. Se un articolo si protrae oltre le due righe in croce a lui concesse dalla nostra attenzione altalenante, chiudiamo la pagina e passiamo al prossimo. E il ciclo ricomincia.


Non mi meraviglia, perciò, scoprire che i blog stiano sparendo.
Avere un blog richiede tempo, infatti. Molto. Non è solo lo scrivere gli articoli a richiederne, anzi, quella è forse la parte più facile. Per far conoscere il tuo blog, oltre a tenere aggiornati i social media ad esso collegati e a promuoverlo attraverso i portali-contenuto appositi, tu proprietario devi interagire in maniera costante con gli altri blogger, come vuole il regolamento tacito, e per interagirci devi prima trovare post degni di essere letti tra le migliaia di articoli pubblicati, [polemica] scartando i quintali di monnezza che gli utenti mettono in Rete non perché sentono il bisogno di scrivere, bensì perché vogliono dire di esserci pure loro, in cerca di quel like o commento che dia loro quel pelo in più di visibilità rispetto agli altri blogger, poco importa se l’articolo da loro scritto è un’emerita cagata sgrammaticata con 97 commenti fatti di “bel post!” e “grazie!” e “prego!”, tutti pubblicati al solo scopo di far apparire la propria URL in cima alla casellina, nella speranza che qualche lettore di passaggio ci clicchi, scopra il tuo sito, decida di seguirlo e vada ad aumentare così il traffico di cui quella ciofeca che tu chiami blog ha disperatamente bisogno per salire dal posto 100.541 al 100.540 nella classifica dell’indicizzazione di Google [/polemica].



Pubblicano perché, per come funzionano i social media oggi, se vuoi visibilità non è importante cosa scrivi, ma il fatto che aggiungi qualcosa. Se sparisci, fosse anche per qualche settimana, gli altri utenti e i motori di ricerca si dimenticano di te e le visite mensili sul tuo sito piombano da mille a dieci.
Bisogna pubblicare, sì, ma anche essere presenti sui siti degli altri per rimanere a galla nell’oceano di offerta presente nel Web, e questo significa che, alla luce dell’offerta, gli articoli vengono letti saltando le righe a due a due, oppure leggendo i paragrafi di apertura e di chiusura e dando appena una scorsa a quello che c’e’ nel mezzo, rendendo poca o zero giustizia al lavoro di chi li ha scritti, dedicando loro ore della propria giornata che potevano essere sfruttate per fare altro (per lo meno quei blogger che scrivono per il piacere di scrivere. Gli altri, come detto sopra, semplicemente vomitano parole a caso nella casella di scrittura).
Come dice una mia cara amica, nell’epoca del boom tecnologico stiamo assistendo a un’involuzione del sapere.
La nostra lingua si sta impoverendo, vuoi per colpa della monnezza che leggiamo ogni giorno, vuoi per colpa dell’influenza delle lingue straniere (eccomi, presente!), vuoi per lassismo. La nostra capacità di giudizio sta uscendo, se non proprio compromessa, per lo meno messa a dura prova dalla miriade di informazioni fasulle pubblicate ogni giorno sui social ai quali siamo iscritti – dai due immigrati impuniti che siedono sulla panchina a Forte dei Marmi (http://www.lanazione.it/viareggio/cronaca/bufale-1.3342064), alle presunte foto dei bambini siriani uccisi partorite da Photoshop, alla guerra dei vaccini – e che ci distraggono, rendendoci alla lunga insofferenti alla sola idea di accendere il computer.


Quindi, secondo voi, in che epoca stiamo vivendo, esattamente?

Quella dell’informazione o della disinformazione?

6 pensieri su “L’era della disinformazione?

  1. Eh bella domanda! In realtà non lo so… Di impulso ti direi disinformazione: online si legge solo di insulti, maleparole, articoli scritti male e con informazioni non verificate, le notizie sono spesso vaghe se non inventate di sana pianta. Allo stesso tempo però in questa miriade di monnezza c’è anche la verità e per chi ha voglia di spendere bene in suo tempo, beh, tutto il sapere di cui necessitiamo potrebbe trovarsi a distanza di un click.
    I blog invece sono un posto strano: mi sembrano tutti ostinati a voler parlare e dire la propria opinione senza nemmeno avercela un’opinione da condividere. Forse chi non ama leggere un articolo ben fatto e di conseguenza scriverne a sua volta uno ben ideato, ecco, dovrebbe rimanere su altri lidi 🙂 Sembra che sia tutto ridotto ormai ad uno sponsorizzarsi e vendersi per farsi notare e guadagnare, chissà quanto poi… Molto triste.
    (Scusa mi sa che mi son fatta prendere anche io dalla polemica)

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    1. Tranquilla, quando si toccano certi argomenti penso l’essere polemici scatti in automatico.
      Non sono voluta scendere nei dettagli del “da dietro lo schermo faccio quello che mi pare” perché saremmo stati qui fino a domattina, però si, trovare informazioni attendibili o post belli da leggere sta diventando sempre più difficile. Ecco perché di blog ne seguo molto pochi 😉

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      1. Fai bene; io seguo chi ho interesse a leggere e lascio mi piace o commenti se effettivamente mi piace o se ho qualcosa da dire. Insomma, bisogna seguire una propria etica senza essere “obbligati” a grandi numeri solo per avere un tornaconto. Alla fine è inutile perder tempo con chi non merita attenzione 😉

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  2. Ho fatto anch’io molte delle riflessioni che proponi e mi ritrovo molto nella tua vena polemica. Personalmente, frequento da poco i social e ho aperto il mio blog solo lo scorso dicembre. Perché l’ho fatto? perché sono attratta dalla “cultura”: letteratura, arte ecc Sono una lettrice incallita e una amante dell’arte. Sul mio blog scrivo di ciò che leggo, delle mostre che vado a vedere; lo faccio per il piacere di condividerle con altre persone che hanno i miei stessi interessi. Non cerco notorietà ma solo persone a me simili. E ne ho trovate, per fortuna. Seguo pochi blog – solo quelli che davvero mi interessano – ed evito tutta la “fuffa”. In generale, osservo molta disinformazione, anche sulle testate nazionali (più volte mi è capitato di leggere vere castronate di recensioni di chi evidentemente non aveva neanche letto il libro in questione); c’è superficialità, a volte ignoranza (la lingua italiana, dici … ma quanti ancora la utilizzano in modo corretto?) e tanta, tanta voglia di mettersi in mostra (tipo certi blog che recensiscono un libro al giorno: ma davvero si può credere che li leggano?). Bisogna essere selettivi ed esercitare l’unico diritto che nessuno ci può togliere: il senso critico. ciao!!

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    1. Mi ritrovo nel tuo modo di pensare, Pina. Per dirla con le parole del Professore, Internet è popolata da legioni d’imbecilli. Una volta si iscrivevano ai contest, per mettersi in mostra, e facevano di tutto per essere ammessi, a costo di denigrarsi ai limiti dell’inaccettabile (i provini del Grande Fratello: e chi se li scorda?!?), oggi queste “occasioni” le dà la Rete. O così, purtroppo per noi, pensano.
      Noi, intanto, continuiamo a scrivere per noi stesse, sempre e soprattutto, perché ci fa bene 🙂 ciao

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  3. Concordo con la tua analisi, ma sono giunta ad una conclusione diversa. I blog scritti bene e i pochi giornali che ancora fanno un approfondimento serio secondo me continueranno ad esistere. Forse diventeranno più di nicchia, ma di persone che hanno ancora voglia di leggere articoli interessanti e ben scritti ce ne sono. Nel mondo del blogging per esempio chi scrive post banali dura giusto il tempo del suo impegno sui social e nei gruppi di rianimazione forzata con commenti e like, chi scrive bene e studia come migliorarsi piano piano va avanti.

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