Joy, il film che ti insegna a credere in quello che fai

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Joy è un film che mi ha mandata a casa con la testa bombardata da un mucchio di pensieri, ieri sera.
È un film decente, dalla trama lineare, ma con un messaggio di fondo molto forte: se nella vita non rischi, campi sereno, ma non ottieni; se non ottieni, ti ritroverai alla fine della corsa a guardarti indietro e a vedere il vuoto.

Negli ultimi 17 anni Joy, divorziata e madre di due bambini, ha condotto una vita annichilita dalla routine, da un matrimonio finito e da una famiglia egoista e disastrata che sembra mettercisi d’impegno nell’incrementare la mole di problemi che ogni giorno le si abbattono addosso.
Una sera, seduta al tavolo della cucina con la sua migliore amica, ripensano alla loro infanzia e per la prima volta Joy focalizza di star buttando via la sua vita. La sua vena creativa, che da bambina le aveva permesso di creare mondi interi da delle semplici figure di carta, è morta nell’attimo in cui si è messa comoda sulla poltrona della sua caotica quotidianità.
Alcuni giorni dopo arriva la tipica ultima goccia fa traboccare il vaso della sua sopportazione. Dallo spezzarsi dell’ultimo residuo della sua pazienza nasce un’idea, che Joy decide di brevettare. È una decisione che viene minata da una serie di disgrazie, ma lei, anziché piegarsi davanti all’evidenza e accettare la sconfitta come tutti, famiglia per prima, le suggeriscono di fare, si rialza e fa quello che puo’ per arrivare dove lei sa di dover arrivare.

Non c’è niente di peggio di un’esistenza passata nel comfort di una normalità che poco collima con lo spirito di chi la vive, specie quando si è nati combattenti.
Quando si ha dentro un fuoco che rugge e che muore dalla voglia di scatenarsi, nulla è più dilaniante del tenerlo costretto dentro un recinto a prova di fiamma.
Il salto, quando si decide di farlo, è alto e pazzesco e spaventoso, ma alla fine del baratro c’è sempre qualcosa che aspetta chi sa osare abbastanza da andarselo a prendere.

In poche parole, è la filosofia del fuck it let’s do it, la stessa a cui ho deciso di affidarmi io negli ultimi due anni sulla scia dei suggerimenti delle persone a me vicine.
Mi guardo intorno e penso a quello che ho ottenuto e mantenuto grazie al fatto di essermi buttata, di aver rischiato anche quando l’ansia al pensiero mi teneva sveglia la notte, e poi mi guardo indietro e mi rendo conto di non avere rimpianti verso ciò che ho lasciato. Provo solo una punta di nostalgia.
La mia scalata verso il raggiungimento della meta finale continua. A rilento e con fatica, ma anche con dedizione, passione e costanza. Nel frattempo, ringrazio per quello che ho e che mi permette oggi di sopravvivere bene a livello personale, emotivo, economico e professionale.
Count your blessings – ma non perdere mai di vista il tuo punto d’arrivo.

Troppa gente intorno a me si è arresa davanti alla paura dell’incognita e si è rassegnata. Ha abbandonato la sua lotta per il compimento delle proprie ambizioni, piegata da una serie di sconfitte, resa stanca da una vita frenetica che lascia poco tempo e spazio al perseguimento dei propri sogni, gente che ha deciso di mollare tutto con una scrollata di spalle e un sospiro.

Ho visto persone con un potenziale enorme riporre in un baule le proprie aspirazioni per indossare una veste nuova, fatta di ciò che hanno ma che non è ciò che avrebbero voluto per se stesse fino a qualche anno fa. Sono persone che hanno esaurito le energie, o che non vogliono più sprecarne per sbattere la testa contro un muro di gomma, che vogliono smettere di affannarsi per ottenere ciò che non sono riuscite ad ottenere. Le stimo? Molto. Le invidio? A volte. Nel mio caso continuare a fare quello che mi piace nei ritagli di tempo che la quotidianità mi lascia è il carburante con cui riesco ad affrontare quella routine obbligatoria che uccide la creatività.

C’è chi non capisce come ci si possa alzare all’alba per scrivere anche solo una pagina, o perché certi weekend preferisco rimanere a casa, seduta davanti al monitor; è una cosa, quella, che solo altri visionari possono capire.
Forse è proprio per questo che il film di ieri sera mi è piaciuto: insegna che non esiste riuscita che non sia stata preceduta da una serie di fallimenti o accompagnata da pazienza, attesa logorante e lavoro costante.
Credo in quello che faccio, un po’ per hobby, un po’ per tenere attivo un cervello annichilito ogni giorno da procedure sempre uguali e che non lasciano nessuno spazio all’inventiva, e continuo a dedicarmici anima e corpo perché anch’io, come Joy, nel mio passato ho una bambina che credeva nei sogni, che amava i classici Disney e cercava di scrivere con una Olivetti storie altrettanto straordinarie, una bambina che aspetta oggi che io porti alla luce per lei altre storie, che le senta vivere così come lei sentiva vivere le sue mentre era seduta su una panchina sotto un pino, d’estate, col suo blocco note e la sua Bic in grembo, che spera che io non molli, che non mi fermi nemmeno quando il punto d’arrivo sembra allontanarsi e la vita continua ad intromettersi, rallentandomi. Che non mi abbatta davanti allo scetticismo innocente di chi non può capire cosa significhi avere nella testa interi mondi che fanno a pugni per poter venire trascritti su carta.

Se, nonostante tutto, continuo a dedicarmi anima e corpo a questo hobby, è perché scrivere è ciò che mi da’ la forza per cercare di cambiare una vita imposta dalle circostanze.

Continuare a credere in ciò che siamo veramente è la più alta manifestazione di rispetto che possiamo offrire a noi stessi.

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Il mondo ha ripreso a girare

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Dicembre è alle porte.
Lo sentiamo già bussare, con la sua aria secca e il suo odore di caminetto per le strade. Dalla radio in macchina e dalle televisioni nelle case arrivano le note dei primi canti di Natale. Dietro l’angolo, laggiù, il 2016 comincia a sporgere la testa, ansioso di rimpiazzare questo 2015 tutto uguale eppure tutto diverso.

Le stagioni sono scivolate via una alla volta, in silenzio e con lentezza, come l’acqua di un torrente dei Dales. Le settimane sono diventate mesi, e da Gennaio eccoci qua, a girare tra pochi giorni il calendario sull’ultima pagina dell’ultimo mese dell’anno.
Dall’estate il tempo ha accelerato senza avvisare mentre la vita, per contro, sembra aver rallentato. Quando ci si guarda indietro, però, ci si accorge che non è così.

Nei mesi fuggiti via in un sussurro tanti piccoli mutamenti impercettibili sembrano aver messo in moto cambiamenti più cospicui di cui ancora non ci è dato diritto di comprendere la natura o il fine. Le persone sono arrivate e se ne sono andate. Alcune hanno lasciato solo un viso in una foto; altre hanno impresso un marchio a fuoco nel cuore di chi è rimasto.
L’affanno quotidiano, quella ricerca di se stessi che ci tormenta dal momento in cui varchiamo le porte del mondo della coscienza adulta fino al giorno in cui ci congediamo dalla vita, ha rallentato la sua pressione, rendendoci più temperati.

Io stessa mi sento più moderata, più razionale. Più in pace con me stessa.

Le grandi scoperte e i grandi choc che la vita ha deciso di riservarmi sono arrivati un poco alla volta, consentendomi di assimilare il loro significato con calma, rielaborarlo, tentare di afferrarne il senso e il perché. Non sempre è stato facile. Non sempre ci sono riuscita. A volte essi sono stati un pugnale arroventato che è affondato nel mio essere, lasciando un segno che ha stracciato tutte le mie certezze. Eppure, malgrado questo, mi è piaciuto trovarmi a fronteggiare quel tipo di riflessioni.

Scavare in se stessi alla luce del presente e tenendo a mente ciò che c’è nel proprio passato può portare a delle scoperte incredibili. Può portare a farci scoprire in noi una persona del tutto nuova, e che ciononostante era sempre stata lì, nascosta in una nicchia, messa in ombra, a tacere, in attesa di essere trovata.
Si può arrivare a scoprire che era proprio la persona da noi messa a tacere in un angolo quella che avremmo dovuto essere. Ci si arriva ad interrogare sulla ragione per cui non sia riuscita a venire allo scoperto prima. Le risposte, purtroppo, non sono sempre ciò che ci si aspettava di trovare, né sempre gradevoli.

Certe volte ci si ostina a perseguire un obiettivo sbagliato perché lo si vede come il solo che possa dare alla quotidianità ragione di esistere. Per perseguirlo si cessa di guardarsi intorno, ci si fa conquistare dalla rabbia e dalla frustrazione davanti al suo continuo, fallito conseguimento. Si è talmente concentrati su di esso da dimenticarsi di vivere. Non si capisce che, in certi casi, basterebbe mandare tutto al diavolo per cominciare finalmente ad assaporare il proprio presente e gettare delle basi concrete per il proprio futuro.

Ho riscoperto la bellezza di una serata trascorsa a leggere un libro, lo splendore commovente di un tramonto e il brivido di eccitazione che scorre nelle ossa nell’attimo in cui la relfex riesce finalmente a catturarlo così come lo vedono gli occhi.
Ho scoperto che c’è amicizia laddove non se ne sospettava l’esistenza, e codardia imperdonabile mascherata da altruismo.
Ho scoperto che la follia può nascondersi dietro i gesti più innocenti, insinuarsi nell’insipido anonimato della quotidianità, dall’ordine in cui scriviamo la lista della spesa alla casualità con cui stravolgiamo il racconto di un evento di poco conto per accentrare il controllo su di noi, e che questo è un elisir irresistibile per chiunque, dal genitore, al fratello, al compagno.

Per tanto tempo, in un passato che si fa sempre più lontano, sono stata piuttosto inconcludente. Oggi so che parte del merito andava alle persone e alle circostanze più impensabili. Uscite dalla mia vita loro, il mondo ha ripreso a girare.
E io non voglio che si fermi più, mai più.

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