Il Segreto (del mio insuccesso?)

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Qualche tempo fa avevo installato sul telefono la app di Rhonda Byrne, quella che ti sveglia ogni mattina con una citazione diversa tratta dai libri della serie Il Segreto. No, non la telenovela spagnola che ci fa venire gli istinti suicidi ogni volta che torniamo in Italia e andiamo a trovare le zie e le nonne, no. Intendo il libro mistico che racchiude, dicono, i segreti per una vita equilibrata, in armonia e di successo.

Certe volte i consigli che Il Segreto da’ possono avere un senso, ma altre non stanno proprio né in cielo né in terra. E non perché la mia mente non è “ancora pronta” o “abbastanza aperta da accogliere idee trascendentali” (nel caso in cui foste sul punto di precisarlo). Semplicemente, ho la sensazione che quel libro, a volte, la faccia troppo facile.

Qualunque cosa vada storta nella nostra vita, è colpa nostra. La giornata è cominciata da dio ed è finita di melma? Colpa nostra, abbiamo attirato noi la sfiga. La faringite cruenta ci viene proprio il giorno del meeting dell’anno? Colpa nostra, abbiamo pensato troppo a non volerci ammalare e alla fine è successo. Dopo attenta e lunga considerazione sono perciò giunta alla conclusione che la signora Byrne non è una guida spirituale: è un GUFO.

Oggi la app de Il Segreto se ne è uscita con una frase del genere:

“L’unico motivo per cui le persone non ottengono quello che desiderano è perché si concentrano più su ciò che non vogliono che su ciò che vogliono.”

 

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Ecco, mi fai leggere una roba del genere una mattina in cui l’universo intero pare cospirarmi contro e io sbrocco.

Signora Byrne (o chi per lei), lo sa che esiste gente che da anni si fa il mazzo per ottenere ciò che vuole e, nonostante tutto, non ci riesce? Gente troppo impegnata a lavorarci da non avere fisicamente tempo per piangersi addosso pensando a quello che non vuole? Che l’ultima cosa a cui pensa è come tirarsi dietro la sfiga? Potrebbe essere una buona risposta da dare a un candidato andato male ad un colloquio, quella frase. Pensate che faccia farebbe al sentirsi dire per l’ennesima volta di essere stato rifiutato, ma con l’aggiunta di un “te la sei cercata tu, dovevi concentrarti di meno su ciò che non vuoi!”

Prima di installare quell’app, il libro The Secret mi intrigava. Aveva un suo perché e delle verità di fondo non proprio facili da capire. Non a caso mi era stato regalato da una collega che lo aveva comprato negli States vent’anni fa e lasciato ad ammuffire in uno scatolone da allora. Per lei quel libro era “extremely boring”. E lo è, se si comincia a leggerlo con l’approccio che si riserverebbe a un qualunque altro libro; ma Il Segreto non è un qualunque altro libro. E’ un testo che va letto cercando il significato nascosto in ogni singola frase. Il problema, però, non sta tanto nel trovarlo. Il problema è che, nella stragrande maggioranza dei casi, i suggerimenti che da’ non sono applicabili, per noi comuni mortali.
Se lo fossero, saremmo tutti in salute, ricchissimi e felicissimi – immagino.

Qualcuno di voi lo ha letto e se la sente di spiegarmi a che punto questo libro mi ha persa e perché?

Io sono Charlotte Simmons, di Tom Wolfe

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Questo libro si è guadagnato il primato di lettura più lunga della mia vita – finora e, spero, in assoluto.
Ci ho messo 9 anni a finirlo, ho dovuto costringermi ad andare avanti e l’ho fatto solo perché questo titolo mi era stato consigliato da una persona del cui giudizio mi fidavo.

Capiamoci: il messaggio che questo libro vuole trasmettere è interessante, e molto. È un onesto romanzo sociale che, oltre alla corruzione di cui certi ambienti universitari sembrano essere pregni, vuole dimostrare come, trascinate dalla massa e influenzate dal pensiero comune, nonché nell’affanno di voler venire accettate e non diventare delle escluse, anche le persone più morigerate finiscano col soccombere alle ideologie e alle abitudini dei più. Non a caso il prologo è dedicato alla scoperta del Premio Nobel Victor Starling, il quale studiò gli effetti della rimozione dell’amigdala dal cervello dei gatti. Privati della ghiandola che regolamentava le loro azioni ed il loro temperamento, gli animali divennero imprevedibili e finirono con l’influenzare il comportamento dei gatti “sani” che, messi nelle gabbie insieme a loro, iniziarono a comportarsi come se fossero stati a loro volta privati dell’amigdala.

La Dupont diventa perciò una grande gabbia all’interno della quale si muovono i gatti privati dell’amigdala – in questo caso gli atleti, le adepte delle sorority, le cheerleaders, le bionde-magre-bellissime-e-ricchissime figlie delle scuole private – e Charlotte Simmons, la ragazza che viene dalle montagne del North Carolina, il piccolo genio incompreso che, grazie a una borsa di studio, potrà permettersi di frequentare una delle università più prestigiose degli Stati Uniti d’America.

Charlotte Simmons sta per terminare il liceo quando la professoressa Pennington le comunica che ha vinto la borsa di studio assegnata soltanto a pochissimi prescelti nel loro Paese. Ha fiducia nella sua pupilla, Miss Pennington, sa che Charlotte è destinata a grandi cose e che la Dupont le fornirà gli strumenti giusti per ottenerle. Anche Charlotte sa di essere destinata a grandi cose. Lascia la casa male arredata in cui è cresciuta portando con sé un bagaglio misero e un’alta dose di sicurezza e di arroganza che la indurranno sin da subito a non volersi mescolare con la gente della Dupont.

Charlotte Simmons non ha tempo da perdere nelle frivolezze che contraddistinguono quelli come la sua compagna di stanza, Beverly, la classica bionda ricca magra e depravata che vive di notte e dorme di giorno. Non ha tempo da dedicare a Jojo Johanssen, giocatore della squadra di basket della Dupont con cui si incontra per caso e che le chiede un aiuto con un corso. Non ha voglia di mescolarsi con quella gente, eppure, al tempo stesso, Charlotte Simmons cerca disperatamente un modo per farsi accettare così com’è, malgrado quel suo essere “così com’è” sia l’opposto rispetto allo standard in vigore nell’università in cui studia.
Quando uno dei ragazzi più belli del campus, Hoyt Thorpe, le chiede di uscire, Charlotte va contro tutti i suoi ideali e contro la sua stessa morale, pur di accettare e venire finalmente inclusa nel giro dei cool e abbandonare quello dei perdenti in cui è stata tacitamente relegata.

La relazione con Hoyt segnerà la fine di Charlotte Simmons come lei stessa e le persone a casa la conoscevano. Dalle sue ceneri nascerà una persona nuova, diversa e, se possibile, intimamente ancor più aggressiva e cinica.

Non so se Wolfe avesse intenzione di rendere la sua protagonista così insopportabile fin dalla prima pagina. La superiorità di Charlotte Simmons, quel suo continuo porsi al di sopra di tutti gli altri, quella sua timidezza apparente esteriore contrastata da un disgusto interiore ben celato verso le persone che la circondano me l’hanno resa subito odiosa. Capisco che Charlotte sia semplicemente il mezzo di cui Wolfe si è servito per trasmettere il suo messaggio, gli “occhi” di cui aveva bisogno per entrare e muoversi all’interno della Dupont, nondimeno ha creato una protagonista che, grazie a quel suo continuo giudicare gli altri anche con pensieri piuttosto forti, mi ha costretta a prendere e lasciare questo libro decine di volte, negli anni. Poi, ad un certo punto, ho capito che me ne dovevo fregare di lei: Charlotte è una stronza e tale resta, perciò vediamo cos’altro ha da dire questo libro. A quel punto ho finalmente cominciato a godermi l’altra trama, quella che corre parallela alle vicende tragiche e strazianti (leggere con tono pesantemente ironico) di questo giovane genio incompreso.

Se avessi letto una sola altra volta “una ragazza depressa fa questo e quello” credo che avrei bruciato il libro. Per fortuna va avanti “solo” per qualcosa tipo 100 pagine.

Altra piccola nota: Charlotte non si sente solo superiore e non è solo stronza. È anche incredibilmente egoista. Adam è l’unica persona che tiene a lei nell’intera Dupont, le rimane affianco per settimane quando cade giù dal suo trono e va in depressione, la aiuta ad uscirne e lei, giustamente, cosa fa? Quando arriva il momento di restituire il favore al suo unico amico, se ne parte con una sequela di lamentele che non finisce più e, alla fine, lascia che Adam si arrangi da solo per la maggior parte del tempo.

Lo stile di scrittura è un altro aspetto che ha corroso la mia pazienza. Ci sono troppi… puntini… di… sospensione… tanto per cominciare, e decisamente un’abbondanza ingiustificata di… punti esclamativi! TANTI punti esclamativi! Ma, dico! Di che ci lamentiamo? Charlotte è snervata nel 99% del tempo! E ha ragione! Sono tutti così inferiori, alla Dupont! Gli atleti hanno addirittura dei corsi speciali messi su apposta per loro, loro, dei dell’olimpo dello stadio dal quoziente intellettivo di un bradipo lobotomizzato! Povera Charlotte, ma come ha fatto a finire in mezzo a quella gente? Lei, tapina!

Tutto questo, ovviamente, non è da imputare alla traduzione in italiano, che comunque mi è parsa piuttosto buona. La prova del 9, in quei casi, la faccio andando a scaricarmi il sample per il Kindle.

Ho fatto venire il nervoso anche a voi con questa mia altamente sarcastica e pungente opinione sul libro di Wolfe? Bene, perché questo dovete aspettarvi di provare se deciderete di leggere anche voi le 700 e rotte pagine di quel mattone.

3 punti su 5 perché, in fondo, qualcosa di interessante da dire alla fine lo aveva.