Mr Blue Sky forever

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Io con la mia macchina ci parlo.
Nelle code in autostrada, ci facciamo certe chiacchierate da ricovero immediato.
Io con la mia macchina ci parlo perché lei parla a me. Io, infatti, so che ogni volta lei cerca di comunicarmi qualcosa, con tutti quei suoi scricchiolii e cioccolii. Siamo come Kitt e Mike, noi.

C’è poi la parte in cui lei non dice niente, ma io la incito come se stesse partecipando a una corsa di cavalli. Quando sono a pieno carico su una salita del Peak District, per esempio. O quando devo immettermi in autostrada, e quel budello di spazio che vedo dallo specchietto è l’unica possibilità che ho prima della fine della lunghissima (in senso ironico) corsia di accelerazione. O quando sono a un semaforo affianco a una Clio dell’epoca di Mitterrand, che sgasa come se dal bruciarmi in partenza dipendessero le sorti della popolazione gallica. In quei casi non incito la mia macchina: lascio partire il testina in sgommata, per poi riprenderlo con calma mezzo chilometro più avanti, superarlo con la nonchalance che il Sud di questo Paese mi ha insegnato, e mostrargli come ho messo bene lo smalto sul dito centrale (retaggio delle mie origini italiche).

Il resto del tempo, e cioè quando non parla, la mia macchina è posseduta. Io infilo un CD, lei me lo sputa fuori. Io lo reinfilo, e lei me lo ri-sputa. E avanti così per 10 chilometri. Se esistesse un’associazione per la difesa della virtù delle macchine, io mi sarei beccata una denuncia per stupro da un pezzo.
Quando, alla fine, si degna di prenderlo, ‘sto CD, mi comprime un MP3 di 5 minuti in 2. Fa diventare la versione estesa di Hey Jude un concentrato di singhiozzo e rutti firmato Lennon / McCartney.

(In tutto questo ci terrei a precisare che la mia macchina ha 3 anni di vita. TRE. Potrei fare un paragone diretto con una Polo di 10 anni che ancora va come un orologio, ma poi mi toccherebbe ricordare anche perché stavolta ho dovuto ripiegare su una lavatrice italiana, quindi passo.)

Arrivò poi il giorno in cui il CD che avevo messo le piacque così tanto che decise di tenerselo. E io, da quel giorno, sono condannata ad ascoltare gli ELO in eterno. Ma poteva andare peggio. Pensa a chi è successa la stessa cosa con un CD di Gigi d’Alessio.
Condoglianze.

Crawling

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Adoro lo UK in autunno.
Tanta pioggia (come se quella avuta in estate non ci fosse bastata), poco vento, tanta umidità che inzuppa le macchine come il latte i biscotti, freddo in casa che torna a farsi sentire.
E poi, i ragni. Belli, pasciuti, pelosi.
Un problema nazionale. Ne hanno parlato perfino su due emittenti radiofoniche diverse, nelle ultime mattine. “È arrivato settembre, il mese dei ragni, gentili ascoltatori!” E io non ci ho creduto. “Vivo in un appartamento, io, mica ho il giardino!” mi sono detta.
Beata ignoranza. Non mi ero ancora fatta un autunno in un appartamento al primo piano. Fino a un anno fa vivevo al settimo, in cima a una collina, col cemento intorno. La sera in macchina rischiavo di investire i ratti, mica le volpi. E la mattina dalle finestre aperte entrava qualche mosca – prima che l’inverno congelasse pure quelle.

Prima d’Albione, per me Aragog e Shelob erano due mostri partoriti dal genio contorto di JK Rowling e JRR Tolkien. Vatti a sapere che quei due, invece, avevano solo messo su carta qualche trauma personale.
I ragni in questo Paese sono ENORMI.
Per lo meno per i miei standard italiani. Dagli australiani mi sono dovuta sentir dire: enormi? Vieni da noi, e poi ne riparliamo!
Forse non ci siamo capiti, Aussie boys. Qui si sta parlando di Inghilterra. E in Inghilterra, se permettete, certi mostri grossi come il palmo della mano non dovrebbero essere autorizzati a nascondersi sotto la lavatrice. O dietro il cestone del giardino. O sotto il comodino. Nei negozi vendono perfino delle pinze apposite, che zac! te li fanno acchiappare e buttare dove ti pare. Oppure li puoi portare a spasso con te. Tanto, dopo le ciabatte e le galline, nessuno si meraviglia più di niente, ormai.

Nella mia prima casa, una semi con giardino, questi deliziosi animaletti domestici erano una presenza costante. Dei coinqulini abusivi che nessuno aveva invitato ad entrare. Tra la moquette e le Croc non c’era verso di farli fuori. Neppure un bagno nell’Oust riusciva a farli passare al Creatore. Perché dovete sapere che i ragni d’Albione non sono solo grossi: sono anche resistenti. E veloci. Quando ti saltano sul piede, riporti in vita con uno strillo i morti della battaglia di Trafalgar.

Allo scattare di settembre, gli 8-zampe d’Inghilterra si sono ricordati dell’esistenza delle nostre finestre. Sono quadruplicati da un giorno all’altro. Sono piccoli, per ora. Ma si vede che sono destinati alla grandeur della loro specie. Sono un po’ come i cuccioli di pastore maremmano: piccoli, paffuti, ma dalle zampe già uno capisce cosa diventeranno da grandi. E se, nel frattempo, la mattina ne cade qualcuno in casa, eh, vattelapesca, con quella moquette scura io dichiaro forfait. Purché non decidano di diventare maggiorenni sotto il frigorifero… e di procrearci.

Come se queste dolci pallette di pelo non fossero sufficienti a scatenarti un infarto miocardico, ecco che nell’ultima settimana si sono aggiunti:
– Forbicine nel corridoio d’ingresso (su cui ho quasi messo il piede)
– Falena XXL (entrata da Dio solo sa quale pertugio e arrivatami – ovviamente – in faccia)
– Mosconi formato elicotteri (che entrano da una fessura di 1cm, ma col cavolo che riescono poi ad uscire da una finestra cielo-terra spalancata).

Qualcuno ha provato a suggerirmi che è tutta salute, perché queste bestioline vanno dove c’è il pulito. Lo ha detto a fin di bene, perciò spero abbia capito che anche il mio vaffanculo lo era.

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Un'amica rientra dalle ferie e trova in sala un ospite... QUESTO.