Se mi insulti, ti cancello

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Ci risiamo.
Su Facebook mi azzardo a lasciare il seminato delle solite cazzate quotidiane per fare un commento dal retrogusto politico, ed ecco che spunta una mano pronta a trascinarmi per i capelli sulla gogna.
Non s’è più liberi di esprimersi, a questo mondo.

Mi era già successo con la dolorosa questione della spedizione dei caccia francesi in Siria. Una conoscenza (francese) si era rizzata impettita e aveva scatenato contro me e gli altri una supercazzola che, coi nostri commenti, non aveva niente a che vedere.
Frustrazione personale che in quella casellina vuota e bianca ha trovato lo spunto per venire fuori?
Giornata pesante?
O solo ciclo in arrivo?
Mistero!
Ma la tipa mi ha cancellata. Manco la soddisfazione di trovarla nella mia lista, quando sono andata a cercarla per farlo io.

Il punto pare essere sempre il solito: dietro uno schermo, chiunque si sente autorizzato a dire l’accidenti che si pare.
I commendatori della parola dattiloscritta se ne fregano di venire pubblicati con tanto di faccia, nome e cognome. Lo schermo, per loro, li protegge da tutto, dal pugno in faccia che si meriterebbero certe volte come risposta alla figura di merda a cui si candidano nell’attimo in cui cliccano sul bottoncino “invia”, al fatto che qualunque cosa uscita dalla loro tastiera è diventata indelebile e immortale.

Forse il problema sta proprio nel fatto che la gente non è interessata a capire quello che legge.
È lì, in attesa di trovare un dettaglio, una frase a cui appigliarsi per sfogarsi. Poco importa se quello che s’è recepito non è quello che l’autore dello scritto voleva dire. La si prende sul personale, come un’offesa mirata, come se si fosse gli unici ad aver patito, sofferto, ad aver diritto di parola su certi argomenti, partendo dal presupposto che la persona che si sta insultando non abbia perso qualcuno a sua volta, magari in un altro modo, in un’altra guerra, distante e lontana e a cui a nessuno frega più niente, dimenticata come tutte le notizie vecchie e che ormai ci tangono poco e ancor meno ci interessano.

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Le reazioni della gente davanti a quello che legge sembrano venire dettate principalmente dalla percezione che ne ha, e che questa cambi.
Cambia se in quel momento le girano le palle, se ha dormito storto o meno, se le è morto il gatto o il pesce rosso. Specie gli uomini, sono tremendi. Isterici come donne col ciclo 365 giorni l’anno, come zitelle acide a cui è schiattato il gatto (di cui sopra).

I commenti che si leggono oggi agli articoli e ai post vanno al di là di ogni umana e sovrumana comprensione.
I veterani della virtuale crociata contro la libera circolazione di idee e concetti online non si fermano a pensare che, magari, quello che l’autore voleva dire poteva essere tutt’altro, o diverso – o falso. Si corciano le maniche, loro, sfoderano il mouse, afferrano la tastiera e cominciano a scrivere – con gran sfiato di fuoco dalle orecchie.

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Ho sperimentato di persona l’impatto di una riscrittura ad hoc di un dialogo, di una frase detta, di parole estrapolate dal loro contesto originario e riorganizzate in modo tale da sortire effetti diversi su lettori diversi.
Nascosti dietro il muro di uno schermo diventiamo tutti cronisti della vita degli altri.
La nostra mente, annoiata e vessata da una quotidianita’ insoddisfacente, trova in quelle parole scritte da estranei lo spunto per sgranchirsi finalmente i neuroni, e allora giù, a partorire interventi contorti e netti e coloriti, a ricostruire vite intere sulla base di dichiarazioni che i malcapitati, per quanto ne sanno loro, potrebbero non aver mai fatto.
In certi casi basta andarsi a cercare quello che hanno scritto di loro pugno sui loro siti per capire dove sta la verità. Ma i commendatori sono già andati avanti, su altri blog, in fondo ad altri articoli scritti da altre persone, ignare della manna del moralizzatore telematico che sta per abbattersi su di loro, pagine in cui li attende una nuova casellina bianca e vuota e pronta a ricevere una nuova sentenza, una nuova opinione, pronta a riversare le loro parole nell’infinito calderone del Web.

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Brooklyn: racconto di due vite

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Avevo scoperto il libro di Colm Tóibín grazie a una cara amica che, come me, aveva ritrovato nella protagonista, Eilis, un po’ di se stessa. Avendo apprezzato il libro, non potevo perdermi il film omonimo.
Proprio come la mia amica, che mi ha permesso di scoprire questo piccolo gioiello della letteratura irlandese contemporanea, e come Eilis, anche io mi sento un po’ esiliata, un po’ fuori posto, un po’ straniera in terra straniera. E questo a dispetto della straordinaria comodità odierna di avere gli affetti ad un click di Whatsapp o di Skype.

Nonostante Whatsapp e Viber e Facebook a tenerci in contatto con chi è lontano, infatti, non ci sentiamo poi troppo diverse da Eilis, sbarcata a New York negli Anni ’50 dopo essersi lasciata alle spalle la sua verde terra fatta di miti e tradizione e storia, affidandosi per il mantenimento dei legami alle parole trasportate su carta in quella nuova patria immensa e affollata e piena di opportunità.

Oggi abbiamo gli affetti che ogni tanto ci appaiono nella barra delle notifiche, pezzi di cuore e di anima nostri ridotti a una mera stringa di righe e di icone che richiedono la nostra attenzione, ma non è la stessa cosa. Siamo persone reali costrette ad affidarsi a una emoticon con un bacio o un cuore o un abbraccio per esprimerci, quando invece quel bacio e quell’abbraccio vorremmo darlo e riceverlo di persona.

La vicinanza mentale non potrà essere abbattuta da nessuna distanza geografica, ma la consapevolezza di non essere a una camminata di distanza certi giorni rende il nostro mondo multicolore una tavolozza di grigi in cui la pioggia fuori dalle finestre sembra fare da eco all’omino che ci urla dentro e che ci chiede, inascoltato: cosa diavolo ci fai qui?

La nostalgia di casa (in inglese homesickness, termine forte e specifico) può colpire in tanti modi diversi, ed è una vera e propria malattia che ti butta giù, ti debilita, ti spegne, ti logora. Poi passa. Non svanisce mai del tutto, infatti ho la sensazione che gli strascichi uno se li porti dietro per tutta la vita, ma si impara a conviverci.

“La nostalgia di casa è come tutte le malattie: passerà” – Padre Flood, Brooklyn

Sul piatto della bilancia vengono messe tante cose, quando si vive lontani.
Al vuoto nello stomaco si contrappongono gli stati d’animo diversi che si sperimentano ogni giorno grazie alle persone che si conoscono, alla vita del posto che, un po’ alla volta, fa presa su di te, trascinandotici in mezzo, inglobandotici. Se non vuoi esserci trascinata, vuol dire che sei un’outsider, e se devi essere un’outsider che cosa ci sei andata a fare a vivere in terra straniera?

Per lavorare, certo. Ma non viviamo per lavorare. E la vita, che ci piaccia o no, è fatta di altre cose, e quando quelle a cui eravamo abituati non ci sono più, bisogna ricrearsene delle altre.

Si sopravvive, quindi, e alla fine si impara a vivere. Ma all’inizio è dura, anzi, durissima.

La sera ci si corica in un letto che non è il proprio, in una camera con odori che non ci sono familiari e con rumori sconosciuti che arrivano da fuori dalle finestre. Non c’è il familiare rombo del traffico e i clacson anche alle due di notte, là fuori. La pioggia si abbatte a schiaffi contro vetri sprovvisti di persiane, e il vento fa di tutto per infilarsi in ogni fessura, smuovendo tende di un materiale termico di cui non si sospettava neppure l’esistenza.

La mattina si fa colazione con quello che si trova, ci si adatta anche in quel caso, al burro nelle brioches e allo zucchero da crisi di insulina nei biscotti, perché il ciambellone della nonna o la Mulino Bianco non ci sono, eppure questa rinuncia la si affronta volentieri, poiché in fondo il gioco vale la candela, da una parte si prende e dall’altra si dà.

Tutto questo però Eilis non lo sa ancora quando, confusa e stordita dalla sua trasferta oltreoceano, serve le clienti al di là del bancone di Bartocci’s, dove le commesse sono tenute ad essere impeccabili e a sorridere, a prescindere da quanto stia succedendo nella loro vita e dentro le loro teste, per spingere le loro ricche clienti a tornare con piacere e spendere altri soldi alla prossima occasione. Non lo sa, e intanto quel dolore nello stomaco la consuma, la prosciuga, le fa salire agli occhi lacrime che non dovrebbero azzardarsi ad uscire, non lì, dietro la cassa di quel negozio di lusso, con l’occhio dell’impeccabile supervisor a controllare lei e le altre immigrate.

“Quanto ci mette una lettera ad arrivare dall’Irlanda?” chiede Eilis alla sua compagna di cuccetta durante la sua prima traversata verso l’incognita della Grande Mela.
“All’inizio tanto, tantissimo, ti sembrerà che non arrivi mai. Poi ti sembrerà che non ci metta nulla.”
Come a dire: una volta che ti ambienti, la tua nuova casa diventa casa tua, il tempo comincerà a correre, e le settimane diventeranno anni senza che tu te ne renda conto.

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Eileen a Brooklyn trova l’amore. La sua vita in America smette di essere un trascinarsi avanti guardando all’Irlanda che si è lasciata alle spalle e diventa uno svegliarsi la mattina con l’entusiasmo di scoprire che cosa la aspetti in quella giornata, mentre conta le ore che la separano da quando si rivedrà con Tony. Al di là del bancone di Bartocci’s, sulle labbra di Eilis torna a brillare il sorriso.

Questo finché una lettera dall’Irlanda non la costringe a correrr ad Enniscorthy da sua madre. È sicura che tornerà a Brooklyn, una volta risolto ciò che c’è da risolvere a casa, eppure Tony non si fida, guarda con diffidenza a quel suo rientro in una terra che le appartiene e dei cui ricordi lui non fa parte. Le propone un accordo, che Eilis accetta. Ed è un accordo che, da solo, dovrebbe garantirle il ritorno a Brooklyn.
Tony non ha mai vissuto lontano da casa sua, ma intuisce che cosa significhi un suo “rientro a casa”. A dispetto di tutti gli sforzi fatti da Eilis per ambentarsi a Brooklyn, “casa” sarà sempre Enniscorthy e il villaggio in cui è nata e la terraced in cui è cresciuta con la sua famiglia. Intuisce che, una volta che Eilis sarà tornata a camminare in quelle vie a lei familiari, potrebbe lasciare che queste si sostituiscano alle vie familiari di Brooklyn, che la routine della piccola cittadina irlandese prenda il sopravvento, allontanandola anche da lui.

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Chi vive all’estero, diviso tra due mondi, con un piede in una nazione e l’altro piede in un’altra, sa che Tony ha ragione.

Tornare nel posto in cui si è nati e cresciuti dopo essere andati via crea sempre una sorta di sbandamento. La mente si confonde, cerca di adattarsi a quelle vie familiari, eppure considerate parte del passato mentre ci si concentrava a vivere nella terra straniera da cui si è stati adottati. I primi giorni sono un continuo sovrapporsi di abitudini di ieri e di oggi, un continuo tentare di reinserirsi in una vita e una routine che funzionano in maniera differente rispetto a quelle a cui si è ormai abituati.

Poi, un passo alla volta, torniamo ad indossare i nostri panni di un tempo, e a sentirci a nostro agio in essi. La terra straniera da cui veniamo si fa poco a poco più distante, più distaccata da noi, da quella realtà familiare in cui siamo rientrati e che non ha niente a che vedere con quella a cui credevamo di esserci abituati. Si comincia a pensare che, forse, non si sta poi così male, nel posto da cui ce ne siamo andati. Che, forse, possiamo costruirci qualcosa anche lì, ricreare lì quello che ci si è conquistati all’estero. Ed è in quel momento che ciò che ci si è conquistati all’estero si difende e fa mettere in discussione la vita idilliaca che ci siamo creati nella nostra mente, una vita che non potrà mai essere, altrimenti non saremmo certo partiti.

Ognuno trova ciò di cui ha bisogno in modi e in posti diversi.
La ragione che riporterà Eilis in America, dopo un soggiorno ad Enniscorthy che l’ha indotta a mettere in discussione la sua vita oltreoceano, sarà proprio Tony.

Casa è dove hai deciso di far vivere il tuo cuore. Un pezzo di esso resterà sempre tra le vie che ci si è lasciati alle spalle, ma l’altro pezzo, dopo un periodo di sbandamento, ricomincerà finalmente a battere.

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