Stamattina

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Stamattina nel bagno dell’ufficio ho trovato la signora delle pulizie.

È robusta e dal volto rubicondo, la signora. Non so come si chiami, ma so che mi piace il suo sorriso. È materno e caldo. Il suo hy’er! spesso è la prima voce che sento la mattina. Non manca mai di fermarsi a scambiare due chiacchiere. Sorride sempre, è sempre gioviale.

All’inizio se ne stava sulle sue, la signora. Salutava, ma non parlava. Era nuova, forse doveva ambientarsi, o forse veniva da un ambiente in cui a parlare con lei, una che pulisce solo i bagni (e cito), non ci pensavano proprio. Ci ha messo qualche giorno a capire che con noi poteva farlo, che poteva parlare, perché nessuno l’avrebbe mai guardata dall’alto in basso come successo alla sua collega in un’altra azienda. Da noi viviamo nel 2016, non nel 1800. Ci ha messo qualche giorno a sbottonarsi, la signora, e da quel momento è diventata parte della nostra routine, un ingranaggio anche lei, essenziale forse più di tutti noi messi insieme. Da quel momento non ha mai mancato di regalarci cinque minuti del suo tempo, o una battuta.

Tranne stamattina.

Stamattina la signora è curva sul mocho e il saluto che da’ è a mezza bocca. Ha il cellulare all’orecchio e sta parlando con qualcuno. Mi fa cenno di entrare, quando io faccio per andarmene. Mi dice che non fa niente, ma per me fa molto. Parla un altro minuto con la persona dall’altra parte della linea, la ringrazia e chiude. Sospira. Ci prova a parlarmi, ma le parole sono forzate, tirate fuori con le pinze. Il viso roseo s’è fatto bianco. Ho sentito gli ultimi frammenti della conversazione e immagino il perché.
Non sono nella posizione di chiederle se sta bene, non siamo in confidenza. E poi sarebbe una domanda veramente stupida.
Me ne vado, lasciandole quel minimo di privacy per i minuti che ci vorranno prima che qualche collega entri a sua volta in bagno.

Non so cosa mi abbia colpita di quella scena, stamattina. Forse il vedere riflesso sul viso di quella signora il conflitto che le bruciava dentro, o forse il suo invitarmi ad entrare lo stesso mentre era al telefono,  nonostante fossimo in un bagno, come se ci fosse abituata, come se non si aspettasse che qualcuno potesse pensare di tornarci più tardi e lasciarla sola.

Sono i tanti minuscoli dettagli di quei due minuti ad avermi colpita.

Ho focalizzato come anche le persone più solari possano avere ad aspettarle a casa battaglie che non conosciamo e che non ci è dato conoscere, che questo è scontato, ma che spesso ce ne dimentichiamo; ho capito che forse il loro buonumore è il modo di reagire di queste persone; ho riconfermato a me stessa come noi non abbiamo niente che ci renda speciali, o “diversi” da loro; ho capito come certi individui dovrebbero vergognarsi per la facilità con cui affibbiano etichette, dimenticandosi che quei lavori che loro sminuiscono potrebbe essere stati da altri accettati per mancanza di scelta, dimenticandosi come i più umili degli impieghi spesso siano anche i più essenziali.

Nel momento in cui metteva via il telefono con quell’espressione di sconfitta in faccia, quella signora m’è parsa la persona migliore del mondo.

Come una grande famigghia

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Quando la mattina varco le porte dell’ufficio, mi sento come se lavorassi in una bottega, in un posto minuscolo e non in uno stabilimento di quella portata. Per me la mia azienda è composta soprattutto dalle 16 persone con cui divido i miei spazi per 8 ore al giorno e i cui sorrisi la mattina mi arrivano insieme al buongiorno.

Che vi devo dire, mi piace l’ambiente che abbiamo creato. Abbiamo visto veterani andarsene e carne fresca arrivare, eppure ci siamo adattati subito al cambiamento inglobando i nuovo arrivati, accogliendoli, viziandoli, farcendoli come tacchini a furia di torte, cioccolatini, biscotti, e quant’altro transita di solito sul ripiano mai vuoto della nostra cucina. Il direttore è il primo a portare cookies o ciambelle quando il morale generale arriva sotto la suola delle scarpe. E se evito come la peste la cucina, per salvarmi da una botta di diabete, c’è sempre chi mi fa trovare il piatto pieno sopra la scrivania. ‘Nzia mai che vada in calo di zuccheri. La cellulite ringrazia commossa. La bilancia si rifiuta di accendersi.

Siamo tipo un’unica, grande famigghia. Come tutte le grandi famigghie, ci siamo per darci supporto gli uni con gli altri quando serve.
Ci siamo ai compleanni, quando riusciamo a firmare sotto il naso del festeggiato il biglietto, passandocelo con espedienti degni di un contorsionista.
Ci siamo in caso di crolli emotivi, arrivando chi con la tazza di caffè e chi con una scorta di Ferrero Rocher capace di far esplodere il diabete al solo guardarla.
Ci siamo quando qualcuno prende e decide di mettersi in malattia dall’oggi al domani, sfanculando tutto e tutti.
Per me, i colleghi ci sono stati nel mio periodo più nero, supportandomi senza chiedere, senza indagare, e rimanendo presenti, pronti a farsi avanti – insieme a qualche chilo di schifezze zuccherose, visto il mio deperimento precoce, all’epoca.

Il nostro miracolo, quello vero?
Il venire ciascuno da una realtà diversa, l’avere ognuno una cultura diversa, un’età diversa, l’avere dei caratteri completamente diversi eppure, nonostante questo, riuscire a convivere in armonia per 8 ore al giorno, 5 giorni su 7. A parte quando si tocca l’argomento condizionatore. In quel caso potrebbe pure scapparci il morto.

Anche nell’azienda in cui lavoravo prima avremmo potuto avere tutto questo, potenzialmente. Peccato che le teste alla dirigenza in quel caso fossero di cazzo. Serenità, rispetto (delle regole e delle persone) e umanità erano concetti del tutto estranei agli androidi che governavano quel posto. Se a uno/a moriva la madre, era quasi come se se la fosse cercata. Se avevi un appuntamento dal medico, era meglio che te lo facessi dare di notte. Se ti ammalavi, fosse anche di colera, era meglio che ti presentassi comunque al lavoro, o loro prima ti sottoponevano all’Inquisizione spagnola sul perche’ stessi male, e poi ti toglievano i soldi dallo stipendio. Se qualcuno aveva un esaurimento nervoso, pazienza, restava a casa e avanti un altro. Si era carne da macello.

Quando mi guardo indietro e penso poi a quello che ho oggi, sorrido. Bisogna essersi sparati anni di quello schifo per apprezzare ciò che si ha al presente. Chi non ha vissuto quello che hanno vissuto alcune di noi non può riuscirci. Si lamenta perché dobbiamo pulire la sala pranzo a turni, perché non ci passano il caffè e perche’ il palazzo ha visto Elisabetta II salire al trono (in effetti…). Quando finiscono i topic contro cui lamentarsi, si mettono in malattia e passa la paura. Noialtre ci ricorciamo le maniche, ci mettiamo al lavoro per coprire il buco e ci spariamo mezzo chilo di Nutella.
Forse non c’è nulla che non si possa risolvere con una tazza di tè, come dicono gli inglesi, ma vuoi mettere da quante incazzature ti salva la Ferrero?

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