Manchester e la sua lotta per la (ri)conquista di un cuore verde cittadino

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“D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda” – Italo Calvino

Negli ultimi due mesi, con la questione della petizione sui Piccadilly Gardens, ho scoperto che io e i locali su Manchester la pensiamo allo stesso modo: ci sono troppo cemento e troppi palazzi, e troppi negozi e strutture che sembrano aborti, in questa città.

Le reazioni alla proposta del Council di “risistemare” i Gardens mantenendone il cemento ha scatenato l’ira ancestrale degli autoctoni i quali chiedono più verde, una piazza più bella, più sicura, insomma: un posto che dia un’immagine accogliente a chi esce dalla stazione e si addentra per le vie del centro. Vogliono che si smetta di dare un impatto negativo al visitatore che scende dal treno o dal bus e si ritrova davanti quella che hanno chiamato una “piscina all’aperto fatta di cemento e sozzeria”.

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Il che, paradossalmente, è esattamente l’effetto che mi fece Manchester quando la vidi per la prima volta sette anni fa.

Troppo cemento, troppi palazzi, troppo sporco, troppo grigio: la mia impressione generale della città non fu delle migliori, ne’ è cambiata per diversi anni. Però c’era lavoro, e oggi ci sono anche le amicizie e gli hobby e le abitudini e la casa a distanza di sicurezza dalla bolgia del centro, e la mia vita si è quindi adeguata a quegli aspetti uggiosi tipici della mia città d’adozione.

Ultimamente, grazie agli ultimi rifacimenti e alle nuove costruzioni, Manchester tuttavia sta finalmente prendendo forma. In certi quartieri non c’è rimasto niente della desolazione e del degrado che c’era fino a qualche anno fa.

Capiamoci: non sono proprio una city person. Se dovessi scegliere tra un appartamento in centro e una casa in mezzo al verde, andrei per la seconda. Non potrò mai trovare Manchester bella, così come non considero Londra una bella città. Parigi, Roma, Venezia sono belle città. Le due metropoli inglesi sono solo… metropoli. Ma Londra, almeno, ha i suoi angoli. Offre alle milioni di persone che ogni giorno vi transitano, sudano, sgobbano e si affannano per le sue strade dei posti in cui rifugiarsi, anche se a un prezzo vergognoso in termini di costi, condizioni di vita, di lavoro, di tutto. Forse, però, è proprio per quello che può offrire molto di più della sua rivale del nord: nella capitale i soldi girano di brutto. Per avere le medesime condizioni anche a Manchester dovremmo triplicare il costo della vita, e credo che nessuno di noi tax payer sia poi tanto d’accordo. Che è, poi, l’obiezione fatta dallo stesso Council.
La direzione da loro intrapresa negli ultimi due anni per la riqualificazione del centro di Manchester, però, ci piace, e se accettassero finalmente di buttare giù quel muro di Berlino, togliere quella stazione degli autobus striminzita, smettere di aprire l’ennesima serie di bar e ristoranti tutti uguali e ridare alla città un polmone verde epurato dalla feccia sarebbe anche meglio.

A queste accuse il Council si difende dicendo: siamo realisti, i Gardens non potranno mai tornare com’erano negli Anni ’60, i tempi sono cambiati, quale altra metropoli ha giardini in fiore in mezzo al cemento del centro?
Londra, per l’appunto.
Edimburgo.
Glasgow.
Perfino Newcastle.

Siamo onesti: il contrasto tra Piccadilly Gardens ieri e oggi è scioccante, e poco c’entrano l’evoluzione, il traffico, i negozi. Piccadilly Gardens è stata deturpata, privata di quell’aura idilliaca che aveva fino a quaranta anni fa e che i cittadini più radicati ancora ricordano:

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Servivano quattromila firme affinché la petizione potesse venire presa in considerazione. Nelle prime due settimane ne hanno raccolte più di 15mila eppure al Comune ancora insistono nel non ascoltare la voce di chi in città ci vive.

Quando abitavo in centro, attraversare quella piazza nei pomeriggi d’inverno certe volte diventava un’esperienza interessante. Dopo 8 ore di fuoco in ufficio e una nel bus della speranza, schiacciate in mezzo ad altri disperati, bagnate fino all’osso, l’ultima cosa di cui io e le colleghe avevamo bisogno era di incappare nello spostato di turno.

Ma, ehi, ragazzi, non disperate: forse non avremo il nostro cuore verde alla fine di Market Street, ma ci sono ottime speranze che tra una decade o due Manchester non abbia più niente da invidiare alla capitale. Ci sono tanti di quei grattacieli in attesa di venire tirati su che non distingueremo più Peter Square da Aldgate, e avremo uffici e case per tutti. Per chi, esattamente, al momento non lo sa neppure il Council. Ma intanto li costruiscono lo stesso. E noi, a quel punto, dovremo andare fuori città anche solo per vedere il cielo.

“Le innaturali concentrazioni metropolitane non colmano alcun vuoto, anzi lo accentuano. L’uomo che vive in gabbie di cemento, in affollatissime arnie, in asfittiche caserme è un uomo condannato alla solitudine” – Eugenio Montale

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Il “Gardens Wall” rinominato “Berlin Wall”

Il diritto di stare da sole

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Prima di procedere nella lettura devo dirvi una cosa: questo è un post off-topic pensato e scritto per le donne single.

Tra voi lettrici infatti ci sarà sicuramente chi, come me, a cadenza regolare si ritrova ad affrontare quello che per gli altri pare essere un dilemma esistenziale: perché non abbiamo nessuno?
E dopo: perché i siti di incontri non ci piacciono?
E ancora: guarda che sono l’ultima frontiera della vita di coppia(!), li usano tutti!

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Ora, visto che il suggerimento di farsi un chilo di cazzi propri con certi elementi recidivi non funziona, vi chiedo: cosa rispondete voi, di solito? E che cosa vi viene contro-risposto?

Quando io dico di non avere altro tempo da perdere per mettermi di nuovo a cercare, selezionare, coltivare relazioni via chat con gente trovata nel supermercato online del fidanzato, come lo chiama una mia amica, puntualmente mi viene chiesto: perché, che altro avresti da fare?
(AAA cercasi suggerimenti su come rispondere con pazienza a questa domanda chiaramente cretina, visto che ultimamente ne sto rimanendo a secco).

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Con un sorriso che paio Imhotep uscito da un remake de La Mummia, spiego loro che c’è tanto che si può fare oltre al piantonare i bar ogni sabato sera alla ricerca dell’uomo della propria vita.
Come se una dovesse spiegarsi o sentirsi costretta a fare una lista di quello che combina nel suo tempo libero per salvarsi dall’invadenza della curiosità di gente che, magari, guarda te dall’alto in basso e poi di nascosto va agli speed-dating.

La verità è che per certe mie conoscenze l’avere valide alternative al passare il weekend chiuse in casa o a cercarsi disperate il fidanzato pare essere troppo strano, quando non un delitto. Mi auguro che voi di gente così non ne incontriate mai. Se ne avete incontrata, avete tutta la mia simpatia.

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Certe settimane avrei bisogno di weekend lunghi 4 giorni, e sicuramente non sono così pieni perché li passo a cazzeggiare. Tempo da perdere per cercare la persona sbagliata non ne ho. Sono tradizionalista e, forse, per alcuni sono pure troppo idealista. Per me due persone destinate a stare insieme non si trovano rovistando sul sito o sulla app XYZ, per me si incontrano quando meno se lo aspettano, e a quel punto non c’è impegno che tenga, non esistono più indipendenza, libertà o mancanza di tempo dietro cui giustificarsi: la routine ti si stravolge e si riaggiusta volentieri intorno a questa nuova presenza arrivata nella tua vita.

Sono forse l’unica a pensarla così?

Quando lo dico ad alta voce, da certe persone – le conoscenze di cui sopra, che sono poi le stesse ad avermi dato lo spunto per questo post – ricevo sorrisi empatici neanche vivessi su un altro pianeta. Avete ragione, vivo a Narnia, che ci volete fare?

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Sono dell’idea che ognuna debba gestirsi la propria vita come vuole. Si possono dare consigli, pure quando non richiesti, ma non si può imporre il proprio punto di vista nella speranza di mettere a tacere i propri dubbi e farlo passare come il solo valido. Se io ti dico che agli speed-dating non ci andrò mai, ma se tu ci vai a me non interessa, devi accettarlo. Se a me non aggrada l’idea di sfidare un’altra volta la sorte incontrando qualche elemento peculiare tra quelli che affollano quei servizi, non vedo perché debba sentirmi dire che sono strana o esigente o schizzinosa, specie quando il consiglio arriva magari da persone reduci da un fidanzamento lampo e da un matrimonio ancora più lampo, e che ora hanno l’ansia al pensiero di stare invecchiando senza aver trovato ancora nessuno con cui mettere su famiglia.

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Per carità, ci sono coppie che si sono incontrate tramite un sito e si sono sposate. Ne conosco un paio. Ma sono due su un milione. Il resto sono storie tramandate di amica in amica che vanno dall’ilare (“non ci siamo ancora incontrati ma so che voglio invecchiare con te!”) al raccapricciante (“gestisco un’agenzia di escort, ti piacerebbe guadagnare 25K la settimana?”).

Mi è stato addirittura suggerito di abbassare i miei standard, adattarmi a quello che offre il mercato (mercato?!?).

Forse non ci siamo capite: non sono disperata fino a questo punto.
Anzi, disperata non mi ci sento proprio per niente. Per quanto mi piaccia l’idea di avere una famiglia mia, un giorno, sono consapevole del fatto che questo potrebbe non succedere mai, e quindi cosa faccio? Mi dispero per gli anni che mi restano da vivere o mi trovo il primo individuo minimamente passabile con cui mettere su la baracca, anche se mi rutta in faccia e mi fa pagare perfino il parcheggio, quando andiamo fuori? Qualcuno che io debba poi giustificare continuamente davanti alle mie amiche, mentre in faccia mi si legge chiaro e tondo come mi renda conto della cazzata che ho fatto?

No, grazie. Sto bene come sto. Sembra una presa di posizione netta, la mia. La verità è che sono solo stanca di dover giustificare la mia vita con chi non ha interesse a capirlo (eppure si ostina lo stesso a chiedere), stanca di non essere libera di stare da sola senza dovermi spiegare sul perché lo sono. Per fortuna intorno ho altre persone che combattono la mia stessa crociata. Aiuta a rimanere calme e a portare pazienza.

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“Non sei normale!” mi è stato strepitato addosso una volta. E io che avevo sempre pensato che, per stare veramente bene con qualcuno, si dovesse prima imparare a stare da soli, a gestirsi, capire cosa si voglia dalla propria vita ed essere felici della stessa, perché solo una volta raggiunto tutto questo si può accettare di inglobarvi un’altra persona tenendo in considerazione varianti che non siano solitudine, bisogno di avere qualcuno per le scampagnate della domenica o per pagare l’affitto. Quello non è amore, quella è convenienza. E la convenienza, si sa, alla lunga non basta più per tenere insieme un rapporto.

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Forse non saremo le più ricche del nostro entourage, possiamo permetterci una vacanza l’anno dietro l’angolo invece che un mese di coast-to-coast negli Stati Uniti e viviamo in affitto invece che in una casa di proprietà, ma ci sentiamo libere. Libere di trovare una stabilità, di capire chi e cosa vogliamo essere, libere di scegliere se e con chi stare, libere di decidere quando siamo pronte a farlo.

Quanti divorzi si eviterebbero se le persone imparassero a non farsi influenzare dalle ansie dettate dalle convenzioni sociali e dalle pressioni (stupide) della gente?

 

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