L’epoca delle decisioni semplici

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Vorrei tornare a un’epoca in cui si nasceva e si moriva nello stesso posto.
Un’epoca in cui i pranzi domenicali con la famiglia erano la regola, non l’eccezione. Un’epoca in cui genitori e figli vivevano sotto lo stesso cielo e non divisi da 2, 3, 10mila chilometri di terra e qualche miliardo di ettolitri di acqua salata.
Un’epoca in cui ci si salutava sulla porta di casa dicendosi “ci vediamo domani” e non in un aeroporto chiedendosi “quando ci rivediamo?”.

Sì, vorrei tornare a quell’epoca, perché in quell’epoca ci sarebbero stati altri problemi, è vero, ma forse noi non avremmo avuto questo magone addosso. La casa sarebbe stata una, e ci sarebbe sembrata un po’ più viva, un po’ più piena, abbellita dai ricordi, con le risate di chi la occupa a fare loro da colonna sonora.
Perché il tempo passa, corre, ci scivola tra le dita, le settimane diventano mesi, i mesi anni, e quella che era un’esperienza destinata ad esaurirsi in un semestre oggi è diventata la mia vita.

Ogni mattina, svegliandomi, mi chiedo dove mi stia portando questa vita che ho scelto e che al tempo stesso mi ha scelta, mettendomi davanti a continui bivi, imponendomi di decidere prima con la ragione e poi, se ci avanza spazio, col cuore. E ogni giorno che si conclude è un giorno passato lontano dal posto a cui una volta appartenevo, dalla famiglia, ed è un giorno che ho vissuto per me e che ho perso con entrambi. E non basta una settimana, non basterebbe neppure un mese di ferie a casa per colmare quel senso di spaesamento che si attenua con l’abitudine, ma che non smette mai di bussare nello stomaco al pensiero di questa vita divisi. Non basta ai genitori riabbracciare i propri figli una settimana l’anno, né basta ai figli, a cui non viene data la possibilità di far combaciare la propria realizzazione personale con la vicinanza dei posti e delle persone che rendono la loro vita completa.

Let me go home
I’m just too far
From where you are
I wanna come home

Michael Bublé, “Home”

Lo squillo della vergogna

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“Mi sembrava fossi tu, ma quando ti è squillato il cellulare me l’hai confermato!”

L’amica italiana si avvicina alla cassa, dove io con una mano sto cercando di chiudere il portafogli (serrando la zip coi denti) e con l’altra di azzittire il cellulare, che strilla a tutto volume la melodia della vergogna. Cari, bei vecchi telefoni col bottone rosso che si facevano ammutire con una pressione del pollice! Oggi è tutto così tattile e tecnologico. Per rendersi irreperibili al chiamante bisogna trascinare di qua, scuotere di là. Uno swing di cellulari shakerati per aria manco fossimo baristi alle prese col cocktail dell’anno – o tanti Elvis con un topo in corsa su per la manica della giacca. E aivoglia a dire all’amica “è una suoneria temporanea!!!”: il mio bofonchiarlo mi tradisce.

Come se Samsung non avesse infilato nel suo terminale suonerie già abbastanza imbarazzanti e capaci di svegliare l’intero cimitero della Certosa (Bologna) mentre io sono alle casse del Broadstone Mill (Manchester), mi ci sono messa io, che in un attimo di puro sadismo musicale ho dato in pasto ad Avidemux lei, la D’Avena nazionale, creando dalla sua voce quei 30 secondi di puro imbarazzo con cui il mio cellulare mi avrebbe notificato le chiamate in ingresso. E lui, obbediente, da quel giorno strilla “O-o-o-o, Occhi di gatto! O-o-o-o, Occhi di gatto!” a mezzo Nord-Est.
Del tipo, voglio morire. Del tipo, perché non mi sono accontentata di selezionare una suoneria classica o, se proprio volevo essere anticonformista, qualcosa di impronunciabile (non senza inciamparci sopra) tipo “blowing dandelion seeds” o “moonlit reminiscences”.
E invece no. Io ho voluto il ritornello di Occhi di Gatto.
Utile, se permette a una vecchia amica che non vedevi da una vita di ritrovarti, per carità. Un po’ meno se ci sono altri italiani in zona (e in quei casi state tranquilli: ce ne sono SEMPRE), i quali ti guardano con quel misto di nostalgia/pena/compassione/imbarazzo concentrato in un’occhiata mentre tu sei lì, che continui a far slittare il pollice sullo schermo con l’ansia che sale, sibilando insulti irripetibili col portafogli che ti pende tra i denti.