Atti osceni in luogo (quasi) pubblico

Il cinema a noi donne ci ha proprio viziate.
In una qualunque commedia romantica l’indipendente professionista si trasferisce in un quartiere nuovo in cui i coetanei abbondano, e uscendo dal portone si imbatte nel Jude Law / Richard Armitage / Chris Martin di turno che le tiene la porta / offre un trono / canta una serenata.
Io no.
Io esco dal portone e mi ritrovo davanti questo:

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Nessun Jude o Richard o Chris da far venire il batticuore, per me. Per me arresto cardiaco da tartaruga settantenne cappottata, da Ayers Rock nord-inglese, da relitto Navagio su un’aiuola condominiale di Manchester. Torso nudo, panzone in fuori, calzoncino corto e calzino a vista (rigorosamente tirato su fino al polpaccio).
Nascondo lo choc dietro un sorriso e rispondo con un hi! di tre toni troppo alto all’hi luv! del mio vicino di casa. Lui dopo si gira su un fianco e torna alla lettura del suo Wilbur Smith. Adesso non è più una tartaruga, adesso lui è la sirenetta di Copenhagen invecchiata di mezzo secolo e con troppi fish&chips sulle maniglie.

Non sono più tanto sicura di volere l’arrivo della stagione estiva.
E comunque, caro vicino, una domanda per te io ce l’ho: perchè lo fai? PERCHÈ???

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“Ma picchì u sole ci piace, ecchi picchì!”

 

Lo squillo della vergogna

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“Mi sembrava fossi tu, ma quando ti è squillato il cellulare me l’hai confermato!”

L’amica italiana si avvicina alla cassa, dove io con una mano sto cercando di chiudere il portafogli (serrando la zip coi denti) e con l’altra di azzittire il cellulare, che strilla a tutto volume la melodia della vergogna. Cari, bei vecchi telefoni col bottone rosso che si facevano ammutire con una pressione del pollice! Oggi è tutto così tattile e tecnologico. Per rendersi irreperibili al chiamante bisogna trascinare di qua, scuotere di là. Uno swing di cellulari shakerati per aria manco fossimo baristi alle prese col cocktail dell’anno – o tanti Elvis con un topo in corsa su per la manica della giacca. E aivoglia a dire all’amica “è una suoneria temporanea!!!”: il mio bofonchiarlo mi tradisce.

Come se Samsung non avesse infilato nel suo terminale suonerie già abbastanza imbarazzanti e capaci di svegliare l’intero cimitero della Certosa (Bologna) mentre io sono alle casse del Broadstone Mill (Manchester), mi ci sono messa io, che in un attimo di puro sadismo musicale ho dato in pasto ad Avidemux lei, la D’Avena nazionale, creando dalla sua voce quei 30 secondi di puro imbarazzo con cui il mio cellulare mi avrebbe notificato le chiamate in ingresso. E lui, obbediente, da quel giorno strilla “O-o-o-o, Occhi di gatto! O-o-o-o, Occhi di gatto!” a mezzo Nord-Est.
Del tipo, voglio morire. Del tipo, perché non mi sono accontentata di selezionare una suoneria classica o, se proprio volevo essere anticonformista, qualcosa di impronunciabile (non senza inciamparci sopra) tipo “blowing dandelion seeds” o “moonlit reminiscences”.
E invece no. Io ho voluto il ritornello di Occhi di Gatto.
Utile, se permette a una vecchia amica che non vedevi da una vita di ritrovarti, per carità. Un po’ meno se ci sono altri italiani in zona (e in quei casi state tranquilli: ce ne sono SEMPRE), i quali ti guardano con quel misto di nostalgia/pena/compassione/imbarazzo concentrato in un’occhiata mentre tu sei lì, che continui a far slittare il pollice sullo schermo con l’ansia che sale, sibilando insulti irripetibili col portafogli che ti pende tra i denti.