La paura di dire addio

Pensiamo sempre di avere tempo.
Tempo per andare a trovare una persona, per visitare un luogo, per chiamare quell’amico o amica. Fino a che un giorno, d’improvviso, tempo non ne abbiamo più.
Persi negli affanni della nostra corsa quotidiana verso il domani, un giorno accendiamo il telefono e ci arriva un messaggio che dice: è troppo tardi.

Quel posto in cui volevi andare ha chiuso.
Quella persona con cui ti volevi vedere si è trasferita dall’altra parte del mondo.
Quell’amico che volevi chiamare se ne è andato.

E così cominciano i pensieri. E come s’inseguono, poi! Un’autostrada asfaltata con l’entropia.

Che cosa abbiamo fatto dal momento in cui ci siamo detti per la prima volta “devo fare/andare/telefonare” a quello in cui abbiamo letto il messaggio che non avremmo mai voluto ricevere?
Abbiamo fatto poco. Rispetto alle possibilità offerte dalla vita in ogni singolo istante, molto poco. 
Per lo più, ci siamo preoccupati. Abbiamo corso, ci siamo affannati. Ci siamo stressati. In una vita in cui 9 misere ore sembrano avere il predominio sulle altre 15, siamo stati impegnati a sopravvivere. Tanto da mettere da parte ciò che davvero conta.

Il rimpianto è forse una delle emozioni più difficili da gestire.
Qualcuno potrebbe dire che se la batte col senso di colpa: non lo nego. Dal senso di colpa, però, uno di cui in passato sono stata la migliore amica, ci si può auto-assolvere. Bisogna lavorarci, tanto, e avere forza di volontà, ma alla fine la conclusione a cui si giunge aiuta a prosciogliere quel limbo in cui ci eravamo chiusi pensando alla circostanza scatenante: abbiamo agito sulla base degli strumenti, delle conoscenze e delle esperienze da noi raccolti fino a quel momento.

Col rimpianto è un po’ diverso, almeno per me. Il rimpianto non ha spiegazioni razionali a cui appigliarci per alleggerirci del fardello della nostra presunta mancanza. Deve rispondere a una domanda molto semplice: perché non l’ho fatto?

Le risposte sono, quasi sempre, mormorate in maniera confusa, arrabattate. Non c’è una vera spiegazione sul motivo o, almeno, io non la riesco mai a trovare. Mi dico che non sono andata a trovare quella persona per paura di disturbare (ma chi?). Che dovevo partire per lavoro e non mi volevo ammalare andando in ospedale (pensa positivo, eh!).

Tutte scuse, alla fine. Perché in fondo la mancanza che genera il rimpianto scaturisce da un elemento molto semplice, comprensivo e umano: la paura. La paura di cosa si sarebbe trovato, la paura che fosse l’ultima volta in cui ci si vedeva, la paura di dover in qualche modo dire addio.

In quei momenti non sai che lo stai facendo. Te ne rendi conto qualche giorno dopo, quando arriva la notizia che d’improvviso trasforma quella visita, quel sorriso, quei saluti nell’ultimo ricordo che hai con quella persona. Ecco perché ho smesso di andare. E perché ho cominciato a partorire scuse.

Oggi è venuto a mancare uno dei capisaldi del panorama culturale della nostra zona, Mimmo Minuto. Un uomo che ha dedicato tutta la vita alla diffusione e alla promozione della cultura senza mai fermarsi, senza mai desistere. Senza mai stancarsi. In tanti lo abbiamo conosciuto da bambini, quando andavamo da lui a rifornirci di libri scolastici e non. Ma non era solo un libraio, no, anche se il suo lavoro lo ha avuto nel cuore fino all’ultimo, perfino mentre combatteva per restare a galla in un presente che sembrava sussurrare: eddai, su, molla! È ora di andare!

Ma lui non ha mollato. E, ogni volta, si è rialzato in piedi e ha ricominciato. A organizzare, a pianificare, a preparare e prepararsi alla nuova stagione.

Negli ultimi anni ho imparato moltissimo grazie a lui. Sono cresciuta, culturalmente parlando, come non mi sarebbe mai stato possibile senza la salda presenza sua e dei suoi innumerevoli progetti. Ho avuto il piacere di ascoltare dal vivo autori e autrici fino ad allora presenti solo in forma cartacea nella mia libreria. Alcuni ho avuto il piacere e l’onore di presentarli. Ho stretto la mano ad editori che fino a quel giorno non erano stati che un nome stampato sulle copertine dei libri in casa.

È impossibile raccogliere in un post tutto quello che Mimmo ha significato per i singoli e per la nostra collettività. Cosa ha significato per me. Quanto temevo e mi aspettavo quel suo chiedermi “a che punto sei?”! E io, ogni volta, sviavo arrabattando spiegazioni. Tutto pur di non ammettere di essere bloccata, un po’ perché il lavoro succhiava qualunque mia energia mentale e creativa, un po’ perché non sapevo dove mettere mano. Perché questo faceva, tra le tante altre cose, Mimmo: spronava e incoraggiava con un’energia e una voglia di aiutare che lo hanno reso benvoluto da tutti.

La sua partenza per questo nuovo viaggio ci lascia in un vortice fatto di smarrimento, perdita, confusione e ammirazione. Sì, ammirazione, perché solo un animo tenace, determinato e testardo avrebbe potuto mettere insieme una realtà simile, fatta di quello che più gli stava a cuore: la promozione della cultura e l’arricchimento consequenziale della sua amata città d’adozione.

In una visione simpatica e dolce-amara me lo immagino a pianificare eventi e continuare a promuovere la lettura e la scrittura nel nuovo mondo in cui è andato ora a vivere.

Grazie di tutto, Mimmo. Senza farlo intenzionalmente, hai creato una grande famiglia variegata, permettendo a molti autori di conoscersi e di trovarsi per supportarsi a vicenda nel tribolato e bellissimo cammino lungo la strada della creatività. 

E sì, dopo tre anni di stallo, è questo il primo post che torno a pubblicare sul mio blog: guarda un po’ tu che cosa (bella) sei riuscito a farmi fare! Posso solo ringraziarti scrivendo… perché da sempre è il modo più istintivo che conosco per esprimere quello che sento… e perché lo trovo maledettamente appropriato.

Buon viaggio… e non essere troppo indulgente coi booktoker “solo sesso, droga e rock’n’roll” (cit.) che incontrerai di là, mi raccomando.

Unioni moderne, che durano un anno e poi… bah!

La vita di famiglia perde ogni libertà e bellezza quando si fonda sul principio dell’io ti do e tu mi dai — HENRIK IBSEN.

Il mese scorso sono stata all’ennesimo funerale degli ultimi mesi.
Il papà di una mia cara amica ci ha lasciati, il che di per sé è già un motivo sufficiente a rendere la giornata cinerea. Il dolore è qualcosa di potente, una sensazione tanto più intensa quanto più profondo è l’affetto che si nutre per la persona colpita dal lutto. Si insinua sotto i vestiti, sotto la pelle, viene assorbito fin nelle ossa e rilasciato poco a poco nelle ore e nei giorni a venire.

Nel nugolo del cordoglio, in una chiesa gelida, vessata da una sottile corrente gelata, le parole del sacerdote finiscono col toccare l’argomento “famiglia”. Quella vera, quella tradizionale, quella fatta da una madre e un padre (e non genitore 1 e genitore 2), riconosciuta ufficialmente come tale dal sacramento del matrimonio… e così via.
Vorrei poter dire che, passati i primi due minuti, quel buon uomo mi abbia persa, ma purtroppo il cervello, testardo, è rimasto impuntato lì, sulla sua voce di tuono che in chiusura, sprezzante, ha dichiarato come “le unioni… moderne, che durano un anno e poi… bah!” non siano “come quelle di una volta, solide, durature. Per non parlare, poi, delle cosiddette unioni alternative, tanto in voga oggigiorno” (le convivenze? Le unioni tra persone dello stesso sesso? Non lo saprò mai, e vorrei poter dire che questo dubbio mi tormenta, ma ho altro a cui pensare). Ho ascoltato quell’uomo affascinata, rapita e quasi incredula di fronte a tanta ingenuità: davvero oggigiorno esistono ancora persone, pure di una certa cultura e formazione, che si rifiutano di accettare la realtà dei fatti, una realtà in cui la parola “famiglia” ha acquisito un significato del tutto diverso rispetto a cinquant’anni fa, ma senza per questo perderne il senso di base?

E quanto ai matrimoni che durano un anno… ne ho visti certi sfracellarsi dopo pochi mesi, perché mancavano le basi di partenza per un’unione sana e duratura, prima tra tutte il fatto che le coppie si fossero sposate (e cito) “perché ormai sono X anni che stiamo insieme e i parenti se lo aspettano”, oppure “perché siamo arrivati a una certa età, cosa perdiamo tempo a fare?” o ancora “almeno così possiamo vivere insieme senza offendere i parenti e dividere affitto e bollette”. Ogni volta mi sono chiesta: in tutto questo, dove sono l’amore, la voglia di passare la vita insieme a prescindere, di costruire qualcosa insieme?

E quanti figli nati da famiglie tradizionali sono stati rovinati dalle stesse, oggi come ieri? Famiglie non equipaggiate, o preparate, a diventare tali, in cui la prole è stata tirata su facendo affidamento su una scarsa esperienza piagata da un’immaturità dovuta (in passato, per lo meno) alla giovanissima età – o a personalità disturbate di uno o entrambi i genitori, i quali avrebbero fatto meglio ad aprire un allevamento di cavie anziché tirare su dei figli (con tutto il rispetto per le cavie, che adoro). Perché, poi, i segni di questa inadeguatezza parentale sono tuttora visibili negli occhi e nelle insicurezze di quei bambini di ieri, in cui emergono le esitazioni e le paure instillate in loro da un’educazione scolastica sbagliata, o familiare, o tutte e due, nessuna che ha insegnato loro come sopravvivere nel mondo, relazionarsi con gli altri, accettarsi per come sono, capire come non ci sia niente di sbagliato, in loro, e che tutto può essere cambiato, se c’è la volontà di farlo. Questi figli sono spesso gli stessi i cui matrimoni sono durati “un anno e poi… bah!”.

Spostiamoci fuori dalla piccola realtà di provincia, andiamo in città come Milano o Bologna e proviamo a guardarci intorno: come dovrebbe mantenersi una famiglia, nel momento in cui un asilo costa più dello stipendio preso e, per farli stare al passo fornendo loro l’equipaggiamento di base (vestiti e sneakers per lo meno simili a quelle in voga, anche se tarocche, cellulare, cena fuori, motorino, età.), bisogna investire nei figli soldi presi da un conto corrente quasi sempre in rosso? Di vacanze neppure a parlarne: con cosa potrebbero pagarle, due genitori che lavorano già 10 ore al giorno (quando basta) per arrivare a malapena a fine mese? Quindi la decisione, per molti, è amara, ma la sola possibile: non avere figli. E se si decide, volontariamente o forzatamente, di non averne, che senso ha sposarsi, in un mondo in cui convivere è una realtà assodata e accettata, e non fonte di vergogna con vicini di casa e parenti come lo era fino a vent’anni fa?

Perciò mi spiace, brav’uomo, ma non sono d’accordo con lei. Forse è vero, cinquant’anni fa si lavorava più duramente per tenere in piedi un matrimonio, a scapito di una profonda infelicità personale, ma è anche vero che cinquant’anni fa le famiglie erano numerose e non si doveva chiedere un prestito in banca per pagare l’asilo o la baby-sitter quando il pargolo è malato e bisogna comunque andare al lavoro, perché all’epoca c’erano i nonni, gli zii, i fratelli e le sorelle, e si viveva tutti sotto lo stesso tetto o a un tiro di schioppo gli uni dagli altri. La vita era difficile, allora? Sicuramente, così come lo è oggi per ragioni diverse. Si faceva la fame, allora? Senza meno, così come la fanno quei padri e madri che sono costretti ad andare a fare la fila per avere lo scatolone con i pasti della settimana e a sopravvivere coi buoni e gli sconti. Cresciuti, molti, in una relativa abbondanza (come i Millennials) si trovano oggi a sbattere il muso contro una realtà che non rispecchia le promesse fatte loro mentre stavano crescendo. E, in una situazione del genere, anche ottenere qualcosa di tanto naturale e giusto come un contratto a tempo indeterminato può portare al fiorire di lacrime liberatorie.