S di str…ess

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Hai l’emicrania? Sta’ due settimane a casa.
Soffri di stress? Facciamo che a casa ci stai un mese. Per ora. Giusto per stare sicuri.
Premettiamo subito una cosa: sono sarcastica perché sto pensando a un esempio ben preciso.

Di recente ho scoperto che in Inghilterra il congedo per stress può essere esteso fino a 6 mesi (sono seguiti i neologismi di rito in croato e turco insieme). Per la serie: notizie che potevo benissimo vivere senza. Perché quando uno/a si mette in congedo medico per stress, specie quando l’unico stress vero ce l’hanno quelli che restano in ufficio a sgobbare come somari al posto suo, nei primi 3 mesi lo stipendio a fine mese se lo piglia comunque tutto. E lo stipendio che piglia, direttamente o meno viene dalle saccocce di noialtri – di quelli che restano in ufficio a sgobbare come somari al posto suo, appunto.

Ciliegina sulla torta: in Inghilterra pare non facciano i controlli a casa come in Italia – anche se in Italia questi sono spesso una facciata, in Italia “ci si mette d’accordo” col tizio che deve passare, oppure si sa in anticipo a che ora passerà e ci si farà trovare bel belli sotto tre coperte, col rosario in mano e il termometro in bocca. Sorvoliamo.
In Inghilterra controlli non ne fanno, ma se pure ne facessero e non trovassero nessuno, nel caso dell’assenza dal lavoro per stress non ci sarebbero problemi. Non ci si aspetta certo che una persona stressata e in vena di riprendersi rimanga chiusa dentro casa per tutta la durata del permesso. Il che è pure giusto, se questo crollo nervoso c’è e non è dovuto ad ipocondrie portate all’estremo, al punto da ammalarsi veramente e di prendersi due (!!!) settimane per curare un’emicrania e subito dopo un (e dico UN) mese per riprendersi dallo stress e dalla fatica. Di cosa? Ma del lavoro, che domande! Come se nell’annuncio a cui rispondemmo quando ci candidammo non fosse scritto a chiare lettere “capacità di lavorare sotto pressione in un ambiente molto busy” (non so come tradurre busy, chiedo venia).

Insomma, per tappare la voragine lasciata da chi da un mese e mezzo se ne sta a casa a spese nostre e dello Stato, in ufficio sputiamo sangue in due. Le ferie rimaste da prendere per il 2015 sono ancora lì, perché se una delle due va via, l’altra schiatta.
In tutto questo mi è stato suggerito, qualora non ce la facessi e fossi troppo schizzata, di mettermi in malattia pure io. E certo. Se seguissimo tutti questa fantastica filosofia di vita, l’economia inglese andrebbe a mignotte nel giro di un mese.

Quello che mi fa diventare scema al provare a ragionarci è come si possa a passare da un estremo all’altro all’interno dello stesso Paese.
Anni fa ho lavorato per una compagnia in cui non riuscivo ad andare dal medico senza dover prima chiedere il permesso alla regina Elisabetta e senza fare straordinari da qui al giorno del Giudizio, per recuperare, perché la malattia, così come l’ora per la visita medica, non erano pagate (in aggiunta ad un sacco di altre restrizioni non scritte ed egualmente illegali).
Oggi mi trovo a lavorare in un posto in cui sono pure troppo flessibili. Risultato: una collega sparisce per un mese e mezzo (finora) dopo essere stata in ufficio a singhiozzi per i passati 36, e noialtre finiamo in CBT per non dare di matto e mandare affanculo tutti. E siccome siamo due treni, e andiamo avanti comunque e senza fare della stanchezza un dramma shakespeariano, chiedendo poi settimane per riprenderci dall’emozione, la nostra situazione al lavoro non cambia di una virgola. Un giorno scenderemo in strada e fermeremo il primo disgraziato che ci capiterà a tiro. Un ignorante (nel senso che ignora) nel mestiere è sempre meglio che nessuno.

In tutto questo conosco persone che hanno davvero avuto un crollo nervoso e che davvero sono dovute restare a casa per riprendersi.
Semmai i capoccia al governo, nella solita ottica di pagare i buffi in ogni modo, decidessero di rivedere il sistema alla luce di tutti gli scrocconi e i malati immaginari che ne abusano, questi poveri cristi si vedrebbero detrarre l’assistenza a cui hanno diritto per colpa di gente che ha fatto del dramma lo spunto per rimanersene a casa a fare un beneamato – a scapito di rapporti di lavoro e amicizie.

Dicono di me e della mia capa che siamo nate troppo oneste. Io dico che siamo solo nate troppo fesse.

Dica trentatré

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Una settimana fa sono entrata nel club del doppio 3.
Per una ragione che non mi sono mai presa la briga di chiarire con la sottoscritta, i numeri dispari nell’età mi hanno sempre fatto schifo.
Sarà perché sono nata in un mese e in un giorno pari, sarà perché le cose peggiori ma emotivamente costruttive mi sono successe negli anni pari, fatto sta che nel dire la mia età io di solito arrotondo per eccesso, quando mi capita di trovarmi nell’anno dispari.
Non questa volta. Stavolta questo doppio 3 mi piace. Mi piace perché, come per i 32, sono carica di idee, progetti, scadenze piccole e grandi che non intendo più rimandare. Basta procrastinare. A 33 anni la generazione precedente alla mia aveva già un lavoro stabile, una casa, una famiglia. Il primo, per il momento, c’è. Si lavora adesso sulle ultime due.

Negli ultimi tre anni i compleanni sono tornati a piacermi. Prima del giro di boa dei 20, mi piacevano per i regali. All’avvicinarsi dei 30 avevo cominciato a provare proprio repulsione. Era come se vedessi in ogni ricorrenza un mattone in più che andava ad alzare il muro della mia mancata realizzazione. Personale, professionale, sociale. Difficile sentirsi realizzati quando non lavori, o lavori 9-10 ore al giorno in un callcentre e ti rimangono zero forze per incontrarti con la gente, o zero risparmi per permetterti più di una casa in condivisione con altre 5 persone.

Cos’è che ha fatto la differenza nel giro di soli 7 anni?
L’inghilterra, tanto per cominciare. Un Paese in cui, facendoti il mazzo un poco alla volta, poco alla volta ottieni. Forse non mi sarà successo nel posto più bello del mondo, ma mettendo sul piatto della bilancia i pro e i contro ho scoperto di recente che questi si compensano.
E poi non è da sottovalutare l’attitudine, che pure è cambiata con l’evolversi delle circostanze e della mia vita.

Dicono che ogni cambiamento, piccolo o grosso che sia, debba prima partire da dentro di noi. Bisogna avere il coraggio di osare, misurando le proprie risorse e le proprie possibilità, e di fare quel passo avanti, spesso alla cieca, spesso buttandosi, e vedere come va. Solo chi osa ottiene, mi è stato detto. Senza osare si resta confinati nel perimetro del nostro piccolo orticello, al sicuro, schiavi di una vita statica e ripetitiva.

A volte mi capita di guardarmi indietro per ricordarmi cosa mi ha insegnato il mio ieri e usarlo per impostare il mio oggi. Usarlo per imparare, soprattutto. Imparare a veder arrivare certe situazioni, a schivarle, o a saperle gestire quando non le posso proprio evitare. Imparare a riconoscere le persone per quello che sono, a sentirle anziché solo vederle. Immagino faccia parte del processo dell’invecchiare, per così dire, del maturare, del crescere internamente.
Ho imparato a stare alla larga da quelle persone che, in fondo, vogliono tutto fuorché un rapporto equilibrato basato sulla stima e sul supporto reciproci.
Ho imparato che a volte si può nascondere un messaggio nel messaggio, attendere che la vittima ci caschi e raccogliere così i frutti del proprio tornaconto.
Ho imparato che le persone cambiano, e non sempre per il meglio, e che quando questo succede le due strade si dividono in maniera anche repentina.
Ho imparato che non voglio essere più il barboncino di qualcuno troppo sicuro di se’ per vedere il vuoto intorno, pregno di amicizie temporanee e di circostanza perché quelle di vecchia data sono state allontanate una dopo l’altra da un alternarsi sottile di carota e bastone.
Ho imparato che la capacità di rialzarsi sempre e più eretti di prima è una qualità da sfoggiare, anziché da nascondere dietro strati di soffocante umiltà.
E ho imparato ad accettare i bassi come conseguenza naturale degli alti, come parte integrante della vita, ad attendere che facciano il loro corso, guardando alla luce che, invariabilmente, è alla fine del tunnel.

Sì, i miei 33 mi piacciono. Specie quando, per entrare in un club, mi chiedono ancora di tirare fuori la carta d’identità.
La faccia che fanno gli omini quando leggono l’anno di nascita su quel pezzo di plastica è impagabile.
Che vi devo dire, gentlemen: noi italiane sappiamo conservarci bene.