Da qualche settimana ogni mattina siedo alla scrivania, prendo la penna rossa e comincio a tagliare pezzi, risistemare, riscrivere i dialoghi tenendo a mente alcune linee guida datemi di recente da esperti del mestiere.
Mi siedo davanti a quel plico di fogli con un occhio il più distaccato e obiettivo possibile, cercando di leggere quello che c’è scritto con lo sguardo di un esterno, di capirlo come lo capirebbe un esterno, intervenendo di conseguenza.
Il processo in sé è stato utile, finora. Ho ridotto il numero di pagine circa di un 20%, velocizzando notevolmente la storia. Ho tagliato via capitoli interi, parti che per me erano importanti ma che, viste dall’esterno, diventavano dei macigni che rallentavano o fermavano del tutto la narrazione. Ho rimodellato il mio personaggio principale sulla base di quei pochi, preziosi feedback che mi erano stati dati e, in effetti, l’ho migliorato.
Dopo settimane di taglia e cuci, però, stamattina mi sono resa conto che quello che stavo facendo non mi sta bene più. Mi sono resa conto che quei pezzi, che per un esterno rallentano la narrazione, erano stati da me scritti per un motivo, e quel motivo è che essi completano la storia e aiutano a capire meglio i personaggi, quello che fanno e perché lo fanno. E questo va oltre il fatto che ogni dettaglio è essenziale, agli occhi dell’autore, e che si è sempre restii a tagliare via roba, in fase di rilettura.
Ho cominciato a reinserire i pezzi tagliati in precedenza, lasciando fuori quelli palesemente inutili. A quel punto il mio senso di disagio, quella sensazione che ci fosse qualcosa di sbagliato, in questa versione accorciata, è sparito.
Ho riflettuto che, alla fine, un libro deve piacere prima di tutto a chi lo ha scritto. Nel 90% dei casi esso è una storia che lo scrittore ha realizzato in primis per se stesso, per esprimersi o per avere qualcosa da leggere, e che solo in seguito ha deciso di condividere con altre persone. Ho detto che questo succede nel 90% dei casi perché il restante 10% (e a volte, purtroppo, anche di più) dei libri viene scritto su richiesta, oppure tanto per scriverlo e avere qualcosa da mettere sugli scaffali (dietro raccomandazione).
Quei libri lì in genere li si riconosce subito: danno poco mentre li leggi e ti lasciano ancora meno una volta che li hai finiti. Sono quei libri che ti fanno chiedere scusa a nome dell’autore a tutti i poveri alberi assassinati per produrre la carta su cui sono stampati. Ciliegina sulla torta: spesso non vengono neppure sottoposti a una revisione o a un editing decente, facendoti venire voglia di prendere la penna e cominciare a correggerli tu.
Insomma, da stamattina ho cambiato del tutto il mio approccio verso la revisione preliminare che sto portando avanti.
Come ho detto poco sopra, un libro è un’opera di fantasia che un autore realizza in primis per se stesso. È tutto essenziale, vitale e da tenere, per noi, e lo facciamo, almeno finché non arriva la penna rossa dell’amico, dell’esperto, del revisore che, come la falce della Morte, prende e fa fuori mezzo libro.
Ma noi, almeno, potremmo sempre dire di averci provato.




Scrivere racconti all’ inizio sembra che non serve a niente. Ma se fai una buona storia e qualcosa di bello, qualcuno li legge e quella cosa da inutile diventa utile per te
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Esatto. Quando una storia che ami viene letta da persone a te vicine e loro finiscono con l’amarla allo stesso modo, beh, per me non c’è soddisfazione più grande.
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Secondo me sta in quel che hai appena realizzato il passaggio tra scrivere per sé e il proprio ego (a prescindere dal farlo girare o meno) o esser scrittore (sempre a prescindere dalla pubblicazione o meno). Buona fortuna!
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Grazie!
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Avevo promesso lettura di Vita di coppia; purtroppo ancora non mi è riuscito: altri fatti più pressanti mi tengono impegnata. Comunque lo farò, appena posso. Ciao
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Tranquilla, leggere deve essere un piacere, se diventa un dovere poi diventa anche un incubo! 🙂
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Quella a mio modesto parere è la differenza sostanziale tra l’Autore e lo scribacchino. Il creare empatia, passione e interesse con quel che vuoi scrivere tu e non gli altri. Viceversa si diventa una specie di galoppino al servizio di mode e tendenze. Il pubblico è quello che ti legge ma ultimamente c’è questa tendenza assurda secondo la quale il pubblico entra in competizione con lo scrittore e se glielo si permette è finita.
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Concordo.
Personalmente resto sempre dell’idea che un libro scritto con sentimento, ovvero non su commissione e non tenendo a mente una moda o i destinatari ultimi dell’opera, lo si riconosce. Le sensazioni provate dall’autore trasudano dalla carta e si trasmettono e si incollano al lettore. Un libro scritto “tanto per” e’ un libro vuoto. Scorrevole, magari, che intrattiene, ma che non lascia assolutamente niente una volta finito.
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