Mi vivi dentro: ricordi di un amore fuori dal comune

Comprenderai con il tempo che il segno del passaggio di una persona nella tua vita non dipende da quanto ti è rimasta accanto, bensì da quanto ti ha lasciato dentro.” Serena Santarelli

 

Da dove cominciare a stendere la revisione di un libro che mi ha scossa nel profondo e lasciato addosso un senso di amarezza, impotenza e rabbia indescrivibili?

Ci provo lo stesso, e con un post intero, perché sintetizzare un gioiello simile in duecento parole – o giù di lì – su Goodreads significherebbe fargli un’ingiustizia.

Alessandro Milan, cronista di Radio 24, e Francesca Del Rosso, scrittrice e giornalista, lavorano nella stessa redazione, incrociandosi a malapena, finche’ una mattina all’alba, quando Alessandro sta cominciando il turno e Francesca ha appena finito il suo, per errore il cellulare di Alessandro finisce nella borsa di Francesca e quello di Francesca, dello stesso modello, nella tasca di Alessandro.

Comincia tutto da lì, da uno scambio accidentale dei telefoni e da due persone che capiscono subito di essere destinate a stare insieme. Alessandro, insicuro e ponderato, trova in Francesca, la cui forza d’animo e il cui ottimismo travolgono alla stregua di una valanga, la sua metà complementare.

La storia prosegue tra gli alti e bassi della vita, dalle difficoltà economiche alla nascita dei figli, fino ad arrivare al giorno in cui la malattia bussa alla loro porta e per Francesca comincia un calvario di 6 anni. Rifiuterà di arrendersi fino all’ultimo giorno, combattendo con quella forza straordinaria che la caratterizzava.

Ho pianto, ho riso e poi ho pianto di nuovo, leggendo questo libro. Quando è terminato mi sono sentita schiacciata dalla tristezza. Ancora adesso, mentre ne scrivo a distanza di due giorni, sento il magone allo stomaco.

Si fa presto, cari compagni lettori, a dire che certe tematiche sono sempre azzeccate, quando si vuole vendere. Al leggere commenti del genere capisco subito come chi li ha scritti non ha mai passato quanto descritto da Milan nel suo memoir. Certo, lui e Francesca/Wondy si sono ritrovati a doversi destreggiare col pacchetto completo: un amore come pochi stremato da una mazzata dietro l’altra fino ad arrivare al tragico epilogo.

Al mondo, però, oltre ai detrattori gratuiti ci sono anche lettori che hanno dovuto fare i conti col senso d’impotenza provato davanti all’avanzare spietato dell’impensabile e che possono ritrovarsi nelle parole dell’autore. Quando si è legati a qualcuno nel profondo, non c’è un modo giusto o sbagliato di reagire davanti alla catastrofe. Si puo’ solo andare avanti facendo del proprio meglio nel dare supporto alla persona cara che sta combattendo la sua ultima battaglia.

Ricordo ancora con un sorriso amareggiato i commenti delle persone quando, anni fa, un simile calvario tocco’ alla mia famiglia. Quante persone dissero che avrebbero saputo gestirlo meglio e quante puntarono il dito contro alcuni parenti, sussurrando parole presto liquidate per la loro stessa superficialità. Mi feci carico di scrivere una lettera, che lessi durante il funerale, in cui, oltre a ricordare la persona che ci aveva lasciato, mettevo a tacere tra le righe le insinuazioni contro i miei cari da parte di chi aveva avuto la fortuna di non dover passare un calvario simile.

Nel libro di Alessandro Milan ho trovato la stessa voglia di ricordare una persona straordinaria, con tutte le sue imperfezioni e tutti i suoi pregi, di mettere a tacere le accuse gratuite di chi non ha potuto o voluto capire, di affermare come l’amore incondizionato esiste, come questo non finisce con la morte, e di ringraziare chi in quegli anni difficili gli è rimasto vicino.


E’ uno di quei libri da leggere almeno una volta nella vita; per imparare ad apprezzare quello che abbiamo e le persone che ci sono vicine, soprattutto.
Qualcuno potrà dire che la vita è già abbastanza difficile senza che ci si mettono i libri deprimenti a renderla ancora più cupa; per me e’ vero l’opposto. Sì, è una lettura emotivamente distruttiva, questa, che a tratti mi ha mozzato il respiro, ma neppure per un minuto ho rimpianto di averla scelta. Nella sua crudezza spietata mi ha ricordato come si debba vivere ogni giorno al massimo, gioire anche quando tutto sembra andare storto, smettere di dare il futuro per scontato e cominciare ad apprezzare il presente sulla base di quello che ci ha insegnato il passato.

E poi vorrei poter far leggere questo libro a tutte quelle persone convinte che l’amore visto nei film e letto sui libri non esiste. La storia di Milan e della Del Rosso comincia per caso, da un incidente stupido, di quelli che, guardandosi indietro, fanno davvero pensare ci si sia messo di mezzo il destino. Il quadro degli anni seguenti che emerge proseguendo nella lettura è quello di due persone nate per stare insieme, complementari, inscindibili.

Intorno a me ho persone che, prese dal terrore di stare da sole, restano insieme a chi le rende ancora più infelici e stressate che se fossero single, coppie spesso formate da due brave persone che proprio non si incastrano tra loro, entrando in collisione.

Se c’è una cosa che ho imparato sbattendoci il muso a malo modo, è questa: non rinuncerò mai più alla mia libertà e alla mia vita per stare insieme alla persona sbagliata. Scendere a compromessi porta, alla lunga, a un degrado che finisce col consumarti la salute fisica e mentale. E’ uno sbaglio che tutti abbiamo fatto, ad un certo punto; poi abbiamo capito (alcuni di noi, per lo meno) che si può scendere a compromessi e rinunciare ad alcune cose solo quando ne valeveramentela pena.

E’ facile cadere preda della nostalgia quando si ricorda qualcuno che non c’è più, indorare la pillola, metterne in luce i soli lati positivi. Nel libro di Milan, invece, Francesca viene ricordata tanto per i suoi pregi quanto per i suoi difetti: positiva, testarda, decisa e, come dice spesso suo marito, una vera rompicoglioni. Sono proprio queste, però, le persone la cui assenza si nota di più, quando se ne vanno. Quelle che ti restano dentro. Sono le rocce a cui ci appigliamo ogni giorno, senza rendercene conto. La voragine creata dalla loro assenza resterà incolmabile finché campiamo.

Non oso immaginare cosa significhi perdere una persona del genere quando questa è la tua metà. Penso, però, che ci si possa ritenere fortunati per il solo fatto di aver scoperto cosa significhi incontrarla almeno una volta nella vita.

Se vi consiglio la lettura di questo libro? Senza dubbio. Preparate i fazzoletti, e in abbondanza!

“Stay strong our kid” ovvero Manchester, un anno dopo

Dov’ero un anno fa?
Che cosa stavo facendo, che programmi avevo per la serata?

È una domanda a cui, il più delle volte, è difficile rispondere. Chi si va a ricordare con esattezza dov’era l’anno prima? A meno che la data non significhi qualcosa. A meno che non sia incisa per qualche motivo nel nostro diario mentale.

Un anno fa e un giorno, a quest’ora, mi stavo preparando per andare a cena da una coppia di amici. Era il compleanno di lui e sua moglie, una cuoca fantastica, aveva preparato di tutto e di più. Ci siamo abbuffati, abbiamo riso, abbiamo scherzato. Ho rivisto amici in comune che non vedevo da mesi. Alle dieci ero alla Victoria Station, alla fermata del tram. Alle undici ero a casa.

Questa coppia di amici abitava di fronte alla Manchester Arena.

Il pomeriggio dopo, mentre mi spogliavo della stanchezza della giornata e mi liberavo dei tacchi a favore delle New Balance, intorno a me migliaia di ragazzi, ragazzini, bambini e genitori guardavano l’orologio in attesa del momento in cui avrebbero visto Ariana Grande dal vivo.

Fino al 22 maggio 2017 io e tanti altri miei coetanei non sapevamo chi fosse Ariana Grande. E, con tutto il rispetto per la signorina Grande, avremmo preferito non doverci ritrovare a conoscerla. Non in simili circostanze.

A mezzanotte e mezza, quando io ero nel letto già da un’ora e troppo lontana dal centro città per ritrovarmi nel mezzo del pandemonio, la decisione di un piccolo uomo toglieva la vita a 22 persone, tra cui 7 minorenni – la più giovane una bambina di soli 8 anni.

È vero, le stragi in Siria e in Palestina di cui sentiamo parlare ogni giorno contano un numero di vittime che è cento, mille volte più alto di questo, e moltissime di loro sono bambini, ma diciamoci la verità: quelle immagini ci martoriano l’anima e al tempo stesso ci raggiungono da lontano. A tanto siamo arrivati, oggi. Veniamo talmente bombardati di violenza che ad un certo punto dobbiamo mettere un tetto al nostro dispendio d’empatia. Perciò sì, ci piange il cuore, ma abbiamo imparato a viverci. Come biasimarci? Non potremmo mai andare avanti con un peso del genere sulle spalle 24 ore su 24. Non siamo insensibili; siamo solo esseri umani che cercano di sopravvivere concentrandosi sui propri problemi anziché su quelli degli altri. Ma all’ennesima foto di vite appena cominciate recise dalla violenza gratuita delle granate…

L’attacco terroristico a Manchester ci è rimasto impresso nell’anima perché ci tocca da vicino. I volti delle vittime, che in questi giorni sono tornati ad apparire sulle testate e sui social, sono quelli di persone che potrei incontrare da Sainsbury’s, al cinema, sul tram. Sono i volti incensurati di chi è diventato famoso per la ragione più orribile. L’attacco ci e’ rimasto impresso perché ci ha ricordato ancora una volta come oggigiorno la fine del nostro percorso possa essere decisa da una singola persona e di come questa possa arrivare quando meno ce lo aspettiamo, tipo mentre stiamo assistendo a un concerto o comprando i regali di Natale al mercatino, togliendoci la serenità di fare cose che una volta facevamo senza la paura di trovarci in posti affollati, senza dover passare attraverso metal detector, subire ispezioni delle borse, superare barriere anti-camion.

Continuiamo ugualmente a fare la nostra vita, a forzarci di pensare che questa forma moderna di guerra non esista, ma quelle barriere in cemento armato sono un promemoria silenzioso dei tempi in cui viviamo.

E l’eco della campana che ha suonato oggi pomeriggio per un minuto, in memoria delle 22 vittime di Manchester, servirà a ricordarci di quel dono che noi ancora abbiamo e che a loro e alle loro famiglie è stato invece tolto: vivere.

«Non si può scegliere il modo di morire. O il giorno. Si può soltanto decidere come vivere. Ora.»J OHN BAEZ